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Investigazioni e sicurezza. Legittima difesa: la Cassazione ribadisce i presupposti

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Investigazioni e sicurezza. Legittima difesa: la Cassazione ribadisce i presupposti.

Causa di giustificazione per difendersi dal compimento di un reato: l’uso di armi in casa propria, la proporzione tra offesa e difesa, la difesa preventiva. 

Non è punibile chi commette un reato per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o di altri e si sia trovato in una situazione di pericolo perché stava per subire un’offesa ingiusta: è comunque necessario che la difesa sia proporzionata all’offesa: così dice il codice penale quando descrive la legittima difesa Art. 52 del Codice Penale. La legittima difesa, classificata dai giuristi come una causa di giustificazione, non smette di far discutere le aule di tribunale e l’opinione pubblica, complice l’aumento delle aggressioni e la maggiore difficoltà per le istituzioni di intervenire tempestivamente a difesa dei cittadini. Fin dove, allora, questi ultimi si possono spingere, in via “preventiva”, per evitare di subire danni irreparabili? Quali tipi di aggressione giustificano il ricorso alla reazione che poi viene giustificata per legittima difesa? I chiarimenti vengono offerti da una recente sentenza della Cassazione (Cassazione sentenza n. 47177/15). 

La prima condizione perché la difesa possa essere legittima è che sia in corso un’aggressione ingiusta: essa deve consistere in un pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, sfocerebbe nella lesione del diritto. 

A tale aggressione ingiusta deve fare da contraltare la reazione legittima della vittima per la necessità di difendersi: legittimità che viene data solo se: 

– il pericolo è attuale e inevitabile: per cui non vi è legittima difesa se il ladro, benché armato, si è ormai dato alla fuga; 

– vi sia proporzione tra difesa e offesa: per cui non vi è legittima difesa per chi spara e uccide un uomo armato di un sasso. 

L’attualità del pericolo è il tratto caratteristico essenziale della legittima difesa, che la distingue sia dalla difesa preventiva (non lecita per il nostro diritto in quanto diretta ad evitare esclusivamente le cause dell’azione illecita o dannosa), sia dalla vendetta privata (anch’essa non lecita: a differenza della difesa preventiva, qui la vendetta giunge quando l’illecito è stato già compiuto). 

Pertanto, con l’espressione “pericolo attuale” si deve intendere un pericolo presente, incombente. Non vi è quindi legittima difesa nelle situazioni in cui: 

– il pericolo si è già verificato e consumato (il che farebbe altrimenti parlare di vendetta privata);

– il pericolo si deve ancora verificare (che farebbe invece parlare di difesa preventiva): si pensi al padrone di casa che, vedendo un uomo intento a rompere, con il grimaldello, il cancello di casa propria, gli spari un colpo in testa. 

Insomma il compimento di atti violenti contro l’aggressore si deve inserire in un contesto in cui il comportamento dell’antagonista è già indicativo di un’imminente offesa, richiedendosi una pronta reazione difensiva. Non basta, invece, la “prefigurazione in via ipotetica di un’aggressione futura” quando le circostanze di fatto indichino il contrario per l’allontanamento o la fuga di chi viene poi aggredito. 

Inoltre, l’esimente della legittima difesa non è applicabile qualora il soggetto non agisce nella convinzione – anche erronea – di dover reagire a solo scopo difensivo, ma per risentimento o ritorsione contro chi ritenga essere portatore di una qualsiasi offesa. 

Legittima difesa e autotela nel domicilio privato

Una legge del 2006 (Legge n. 59 del 13 febbraio 2006) ha esteso l’ambito della legittima difesa. In particolare, nel caso di violazione di domicilio o di privata dimora o nelle relative pertinenze, si presume la legittima difesa (e quindi il rapporto di proporzione tra offesa e difesa), se taluno, legittimamente presente in uno dei luoghi indicati, usa un’arma o altro mezzo per difendere: 

– la propria o altrui incolumità; 

– i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d’aggressione. 

Viene, pertanto, introdotta una presunzione automatica di legittimità della difesa nel caso in cui il fatto avvenga nel domicilio dell’aggredito o nel suo luogo di lavoro, sottraendo ogni valutazione nel merito del giudice.

Questo non vuol dire che la legittima difesa consenta un’indiscriminata reazione nei confronti del soggetto che si introduca fraudolentemente nella propria dimora, richiedendosi comunque un attacco, nell’ambiente domestico, alla propria o altrui incolumità, o quanto meno un pericolo di aggressione. Nell’esempio di poc’anzi, non sarà giustificabile sparare un ladro munito di un solo grimaldello che sta aprendo il cancello del proprio cortile.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. I Penale, sentenza 22 ottobre – 27 novembre 2015, n. 47177
Presidente La Posta – Relatore Boni

Ritenuto in fatto

1.Con sentenza emessa in data 23 ottobre 2014 la Corte d’Appello di Cagliari riformava parzialmente la sentenza emessa, all’esito del giudizio abbreviato, dal G.U.P. del Tribunale di Cagliari il 27 febbraio 2013 e, prosciolto l’imputato I. M. dal delitto di lesioni personali quale conseguenza non voluta del delitto di minaccia ai sensi dell’art. 586 cod. pen., perché l’azione penale non poteva essere iniziata per mancanza di querela, riduceva ad anni quattro, mesi uno, giorni dieci di reclusione ed € 5.933,00 di multa la pena inflittagli per i restanti reati, unificati per continuazione, di minaccia aggravata, detenzione e porto di una pistola a tamburo cal. 357 non identificata e di detenzione di quattro munizioni ed esplosione delle stesse in luogo pubblico. Confermava nel resto l’impugnata sentenza.
 1.1 A fondamento della decisione le due sentenze di merito ponevano quanto riferito dalla persona offesa R. N., che aveva riportato un’escoriazione lineare da arma da fuoco allo zigomo destro, l’amputazione del trago ed una ferita attraversante le ossa del padiglione auricolare, lesioni giudicate guaribili in giorni dieci, a seguito dell’esplosione al suo indirizzo di più colpi di pistola da parte di soggetto in un secondo momento identificato nell’imputato I. M., nonché da quanto riferito da A. P. e da M. C. e dalle informazioni ricavate dalle immagini registrate da impianto di videoripresa funzionante sul luogo del ferimento, che si riteneva conseguenza non voluta delle minacce attuate a mano armata dal M., autore della sparatoria contro il N. per contrasti pregressi inerenti la gestione degli apparecchi per i videogiochi installati nell’esercizio gestito dal C..
 2.Avverso tale sentenza ha proposto ricorso l’imputato a mezzo dei difensore, il quale ne ha chiesto l’annullamento per:
 a) erronea applicazione della legge penale e mancata applicazione dell’attenuante di cui all’art. 62 n. 5 cod. pen. e mancanza ed illogicità manifesta e/o carenza di motivazione in relazione al reato di cui all’art. 612 cod. pen.. La sentenza impugnata, dopo avere stigmatizzato la benevola derubricazione dell’originaria imputazione di tentato omicidio in quella di lesioni conseguenti a minaccia a mano armata, ha ritenuto che gli spari fossero stati compiuti davanti ad un numero imprecisato di persone dopo un appostamento, nonostante l’assenza di riscontri probatori; al contrario, il M. si era reso conto che la via era deserta ed aveva esploso i colpi d’arma da fuoco verso il muro della palazzina a solo scopo difensivo per far allontanare il N., che era sceso da un’autovettura con l’intento di aggredirlo. La Corte aveva affermato di avere visionato i filmati dell’episodio e di avere scorto l’imputato in attesa, cosa non rispondente al vero, dal momento che egli si era trattenuto a colloquio con un amico visto per caso e si era trovato di fronte il N. all’improvviso, andatogli incontro per colpirlo nuovamente, come avvenuto un anno prima presso la sua abitazione. Se il N. avesse inteso veramente recarsi in banca, avrebbe seguito altro percorso, mentre aveva cercato di sorprendere l’imputato alle spalle in modo da non essere visto, ma quando l’imputato si era accorto della sua presenza, sentitosi provocato ed esposto a pericolo, anche per la presenza nelle mani dell’avversario di un pacco non ben identificato, aveva esploso i colpi di arma da fuoco per intimidirlo e farlo fuggire. Pertanto, doveva essere riconosciuta la causa di giustificazione della legittima difesa, nella forma dell’eccesso colposo.
 In riferimento all’elemento psicologico, nell’ipotesi di aberractio delicti, il reato non voluto è punito a titolo di colpa, il che non significa sia preteso l’accertamento dei requisiti costitutivi di una vera e propria colpa, ma comporta l’applicazione al reato materialmente realizzato ed oggettivamente attribuito all’agente della disciplina del corrispondente reato colposo. Pertanto, avrebbe dovuto essere riconosciuta la circostanza di cui all’art. 62 n. 5 cod. pen., avendo il N. concorso a determinare l’evento con il proprio comportamento.
 Non trova rispondenza nei precedenti penali il giudizio di pericolosità sociale espresso dai giudici di merito, sicchè la misura di sicurezza è stata applicata in assenza di riscontri effettivi e sulla base di una valutazione immotivata di trattamento e controllo che potrebbe, al più, esprimersi a seguito dell’espiazione della pena inflitta; inoltre, non tiene conto dei comportamento tenuto dall’imputato che ha riconosciuto la propria responsabilità nei limiti predetti e ha reso l’arma. Tali elementi avrebbero dovuto indurre anche a contenere la pena inflitta: quella base, pari ad anni cinque e mesi otto di reclusione, è eccessiva e non commisurata ai fatti, non tiene conto del comportamento processuale e pre-processuale tenuto dal M., della dinamica dei fatti descritti dal consulente tecnico e della condotta dei N. che aveva ingenerato l’errore circa un’imminente aggressione a mano armata.
 Ha dunque chiesto che, in riforma della sentenza impugnata, esclusa la recidiva e concesse le circostanze attenuanti generiche prevalenti, sia rideterminata la pena e revocata la misura interdittiva applicata, ovvero che la sentenza stessa sia annullata con rinvio.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile perché basato su motivi manifestamente infondati e comunque vincolati dal percorso argomentativo della sentenza impugnata.
 1. La Corte distrettuale, con ampi riferimenti al materiale probatorio acquisito, ha confermato come corretta la ricostruzione oggettiva dei fatti verificatisi in data 21 agosto 2013, peraltro descritti da testi oculari e ripresi da un impianto di videosorveglianza. Ha ritenuto dimostrato che l’imputato, raggiunto l’incrocio tra via S. M. e via Col del Rosso in Cagliari a bordo di autovettura di colore G.o, lasciata in sosta, dopo esserne disceso ed essersi trattenuto davanti ad un negozio, all’arrivo di un veicolo Mercedes di colore nero, condotto da A. P., dal quale dal lato del passeggero era sceso R. N., aveva alzato il braccio destro puntando contro quest’ultimo una pistola, in seguito recuperata su sue indicazioni e risultata essere arma clandestina e provento di furto, ed aveva esploso almeno quattro colpi che avevano attinto l’aggredito alla zona auricolare destra ed avevano danneggiato due veicoli in sosta e la serranda di altro esercizio nei pressi, quindi si era allontanato. Ha dunque concluso per la correttezza e fedeltà alle emergenze probatorie di quanto esposto nella sentenza di primo grado sul fatto che l’imputato, già dotatosi di un’arma da fuoco, si fosse posto in attesa dell’arrivo del N., che sapeva frequentare i luoghi, per aggredirlo e, una volta vistolo uscire dal veicolo col quale era arrivato, gli si era portato incontro ed aveva subito sparato e ciò al fine di riaffermare il proprio prestigio criminale e vendicare l’affronto subito un anno prima quando era stato violentemente percosso dal N. presso la propria abitazione per contrasti legati alla gestione delle “slot machines” installate nell’esercizio denominato “Black diamond” condotto dal C. e dal N. stesso.
 1.1 La contrastante versione difensiva dei fatti, volta ad accreditare la riconoscibilità dei presupposti della legittima difesa, nella forma putativa o nell’eccesso colposo, è stata esaminata e disattesa con ricchezza di argomentazioni logiche, compiute ed aderenti ai dati probatori; la Corte di merito, infatti, ha escluso che il M. avesse minacciato con gli spari il N. perché timoroso di essere nuovamente aggredito, dal momento che la vittima non aveva fatto alcun cenno di compiere atti violenti o minatori nei suoi riguardi, si era limitata a percorrere la sede stradale ed egli non era soggetto da temere per la propria incolumità, tanto da essere già armato e da avere commesso reati violenti quali rapine ed in tempi più recenti le condotte estorsive che avevano esasperato a tal punto il socio del N. da indurlo ad un tentativo di suicidio. Ha dunque escluso di poter individuare nei fatti le condizioni applicative della invocata scriminante nelle forme invocate per avere l’imputato aggredito per primo il contendente in luogo pubblico al fine di riaffermare il proprio prestigio criminoso quando questi aveva mantenuto un atteggiamento innocuo ed anche in seguito era stato talmente condizionato dall’episodio e dalla nota personalità dell’aggressore da rifiutarsi di farne il nome.
 1.2 La sentenza in verifica ha offerto corretta applicazione dei noti principi interpretativi, secondo i quali la legittima difesa pretende requisiti che devono essere oggetto di rigorosa dimostrazione e che sono costituiti da “un’aggressione ingiusta e da una reazione legittima; mentre la prima deve concretarsi in un pericolo attuale di un’offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, sfocia nella lesione del diritto, la seconda deve inerire alla necessità di difendersi, alla inevitabilità dei pericolo ed alla proporzione tra difesa ed offesa” ( Cass. sez. 4, n. 16908 del 12/02/2004,Lopez, rv. 228045; sez. 4, n. 32282 del 4/7/2006, De Rosa ed altri, rv. 235181; sez. 5, n. 25653 dei 14/5/2011, Diop ed altri, rv. 240447; sez. 1, n. 47117 del 26/11/2009, Carta, rv. 245884). L’elemento dell’attualità dei pericolo costituisce il tratto caratteristico essenziale della difesa legittima, che la distingue, sia dalla mera difesa preventiva, diretta ad evitare esclusivamente le cause dell’azione illecita o dannosa, sia dalla vendetta privata; pertanto, con la locuzione “pericolo attuale” si deve intendere un pericolo “presente”, “in atto”, “in corso”, “incombente”, con esclusione, cioè, del pericolo già esauritosi e di quello ancora da verificarsi (Cass. sez. 1, n. 2771 del 19/01/1984, Bertoncin, rv. 163332; sez. 1, n. 6163 del 04/02/1982, Coppola, rv. 154330; sez. 1, n. 10368 dell’ 11/6/1984, Politino, rv. 166788; sez. 1, n. 6591 del 27/01/2010, Celeste, rv. 246566; sez. 5, n. 26159 del 30/4/2010, P. , rv. 247884). Si richiede quindi che la possibilità del compimento di atti violenti contro il soggetto agente sia effettiva in relazione ad un preciso comportamento dell’antagonista, indicativo di un`offesa ingiusta” in termini di concretezza ed imminenza, richiedente una pronta reazione difensiva; non può, invece, ritenersi sufficiente la prefigurazione in via ipotetica e congetturale di un’aggressione futura quando le circostanze di fatto indichino il contrario per l’allontanamento o la fuga di chi viene poi aggredito. Inoltre, si è affermato che “L’esimente della legittima difesa non è applicabile allorché il soggetto non agisce nella convinzione, sia pure erronea, di dover reagire a solo scopo difensivo, ma per risentimento o ritorsione contro chi ritenga essere portatore di una qualsiasi offesa”(Cass. sez. 1, n. 3200 del 18/02/2000, Fondi, rv. 215513).
 Quanto al profilo putativo della scriminante in esame, il relativo accertamento implica un giudizio “ex ante”, rapportato alle peculiari circostanze concrete della fattispecie, da condurre secondo il prudente apprezzamento dei giudice di merito, che deve esaminare la situazione specifica per verificare se la stessa fosse tale da far sorgere nel soggetto l’erroneo convincimento di trovarsi in condizioni di fatto che, qualora realmente esistenti, avrebbero escluso l’antigiuridicità della condotta costituente reato, non potendo affidarsi a criteri soggettivi, oppure a stati d’animo turbati dell’agente (Cass. sez. 1, n. 3898 del 18/02/1997, Micheli, rv. 207376; sez. 1, n. 4456 del 17/02/2000, Tripodi, rv. 215808; sez. 1, n. 3464 del 24/11/2009, Narcisio, rv. 245634; sez. 1, n. 13370 del 05/03/2013, R., rv. 255268.
 Infine, risulta giuridicamente corretta e ben giustificata anche l’esclusione dell’eccesso colposo, che difetta di qualsiasi riscontro probatorio e che presuppone le condizioni della scriminante della legittima difesa con superamento dei limiti previsti per il suo riconoscimento, posto che le riprese filmate avevano mostrato l’atteggiamento inoffensivo dei N., il che non può aver ingenerato nell’imputato alcun convincimento di poter subire qualche atto lesivo. Si è dunque affermato al riguardo nella giurisprudenza di questa Corte che “Non può essere configurato l’eccesso colposo previsto dall’art. 55 cod. pen. in mancanza di una situazione di effettiva sussistenza della singola scriminante, di cui si eccedono colposamente i limiti” (Cass. sez. 1, n. 18926 del 10/04/2013, Paoletti ed altro, rv. 256017; sez. 1, n. 3148 dei 19/02/2013, P.C. in proc. Mariani, rv. 258408), mentre il riconoscimento o l’esclusione della legittima difesa, reale o putativa, e dell’eccesso colposo nella stessa appartengono all’ambito del giudizio di fatto, insindacabile in sede di legittimità quando gli elementi di prova siano stati puntualmente accertati e logicamente valutati.
 Tali orientamenti si adattano perfettamente al caso in esame ed inducono a respingere la tesi difensiva riproposta col ricorso che pretende insussistente anche il solo delitto di minaccia aggravata.
 2. Del pars manifestamente infondata la doglianza che pretende applicarsi la circostanza attenuante di cui all’art. 62 nr. 5 cod. pen., questione ritenuta assorbita dalla declaratoria d’improcedibilità dell’azione relativa al reato di cui all’art. 586 cod. pen. per difetto di querela e comunque priva di consistenza quanto al delitto di minaccia, poiché per il riconoscimento dell’attenuante occorre che la condotta dolosa dell’offeso concorra volontariamente a determinare l’evento dei reato, non essendo sufficiente che la stessa costituisca il movente dell’azione antigiuridica dell’imputato (Cass. sez. 5, n. 35560 del 07/06/2012, Porta e altri, rv. 253203).
 3. Quanto all’applicazione della misura di sicurezza, il giudizio di pericolosità sociale espresso nelle due sentenze di merito è stato ancorato alla carriera criminale dell’imputato, analizzata in tutti i reati commessi, nella loro varietà e reiterazione sin da quando egli era ancora minore, nella loro specificità rispetto ai fatti concernenti le armi ed i reati contro la persona, elementi ritenuti indicativi di personalità violenta e di una scelta di vita improntata all’illegalità ed alla violazione delle regole di civile convivenza. A ciò si è aggiunta la considerazione della gravità oggettiva dei fatti e del movente che li ha ispirati, funzionale alla rivendicazione del ruolo criminale del M. e l’apprezzamento del comportamento processuale, ritenuto indicativo non di sincero pentimento, ma dell’intento di mitigare l’asprezza della punizione. Deve dunque concludersi che anche in riferimento alla sottoposizione a libertà vigilata e all’individuazione del relativo periodo la sentenza è esente da qualsiasi censura, avendo rispettato puntualmente il parametro normativo di riferimento ed esposto un corredo giustificativo ampio, congruo e razionale, non suscettibile di diversa considerazione in questa sede di legittimità.
 4. Infine, la commisurazione della pena è stata motivata in ragione di una pluralità di elementi negativi, quali la personalità del reo, i plurimi e gravi precedenti penali, i motivi a delinquere, le allarmanti ed altamente pericolose modalità dell’azione -una sparatoria a raffica in stile “far west” in pieno giorno in zona frequentata col serio pericolo di attingere passanti e automobilisti, attuata con arma clandestina-, le conseguenze lesive per la vittima. Pertanto, ancorchè la sanzione comminata sia stata determinata in misura superiore al minimo edittale, si è dato conto dei criteri impiegati e delle scelte punitive effettuate in modo aderente alle caratteristiche oggettive e soggettive del caso.
 Per le considerazioni svolte, il ricorso, privo di qualsiasi fondamento in tutte le sue deduzioni, va dichiarato inammissibile con la conseguente condanna dei proponente al pagamento delle spese processuali e, tenuto conto dei profili di colpa insiti nella proposizione di siffatta impugnazione, al versamento di una somma in favore della Cassa delle Ammende, che si stima equo determinare in euro 1.000,00.

P.Q.M.

dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro 1.000,00 alla Cassa delle Ammende.

Fonte: www.laleggepertutti.it

 

Investigazioni rintraccio testimoni. Omissione di soccorso per chi investe il pedone e poi va via

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Investigazioni rintraccio testimoni. Omissione di soccorso per chi investe il pedone e poi va via.

Investimento del pedone: obbligo di fermarsi e fornire le proprie generalità; la sosta momentanea non esclude il reato. 

Se investi un pedone, hai l’obbligo di fermarti, prestare soccorso, fornire le tue generalità ai fini del risarcimento ed, eventualmente, attendere l’arrivo delle autorità per l’identificazione e i rilievi: diversamente si configura il reato di omissione di soccorso. È ugualmente colpevole il conducente che, dopo l’investimento, si ferma, ha una discussione con l’infortunato per accertarsi che stia bene e poi riprende la marcia. Lo ha chiarito dalla Cassazione con la recente sentenza n. 43624/15 del 29.10.2015. 

Secondo la Corte, è ugualmente responsabile colui che, rimasto coinvolto in un sinistro stradale con danni alle persone, si limita ad effettuare una sosta momentanea, non sufficiente a garantire l’adempimento degli obblighi di fermarsi e di fornire le proprie generalità ai fini del risarcimento, pur essendo consapevole di aver causato un incidente idoneo a provocare danno alle persone. Questo a prescindere sia dall’accertamento degli effettivi danni riportati dal pedone (da valutarsi in un momento successivo), sia dall’accertamento sulle responsabilità del sinistro (ossia se la colpa dell’investimento sia del pedone o dell’automobilista). L’obbligo di prestare soccorso scatta comunque. 

È evidente, infatti, secondo il Supremo Collegio, anche solo a fronte dell’impatto tra veicolo e pedone, che l’incidente è suscettibile di provocare danni alla persona, danni che l’imputato di certo non può escludere solamente perché il pedone si è alzato dal suolo.

La sentenza

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 18 settembre – 29 ottobre 2015, n. 43624
Presidente Bianchi – Relatore Dovere

Ritenuto in fatto

1. F.P. ricorre avverso la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Milano ha confermato quella pronunciata dal Tribunale del medesimo capoluogo, con la quale egli é stato giudicato responsabile dei reati di cui rispettivamente all’art. 189, co. 1 e 6 e all’art. 189, co. 1 e 7 Cod. str.
 Con il ricorso, proposto personalmente, articolando tre motivi, i primi due denuncianti violazione di legge, l’imputato si duole del fatto che la Corte di appello non abbia dato rilievo al comportamento tenuto subito dopo il sinistro, essendosi egli fermato ad aiutare la persona offesa a rialzarsi e poi si era allontanato credendo in buona fede che dall’incidente stradale non fossero scaturite conseguenze lesive ad altri, non avendo avuto nell’immediato cognizione di quali fossero le reali condizioni di salute della persona offesa.
 Con il terzo motivo egli deduce vizio motivazionale perché la Corte é incorsa nel travisamento della prova, atteso che dalle risultanze probatorie non emerge alcuna condotta omissiva del ricorrente, ed ha redatto una carente e contraddittoria motivazione, in merito alla circostanza che l’imputato si era allontanato immediatamente a tutta velocità; ciò perché nella sentenza non si fa alcun riferimento alle risultanze probatorie dalle quali si è dedotta tale circostanza.

Considerato in diritto

2. II ricorso è infondato.
 2.1. L’antefatto é indiscusso: il F., alla guida di un veicolo, investiva il pedone A.C. mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali; a seguito dell’impatto la donna cadeva al suolo; riusciva a rialzarsi ed aveva un alterco con il F..
 Il ricorrente invero asserisce che la Corte distrettuale ha travisato la prova; in realtà manifesta di voler affermare che i giudici hanno malamente valutato i materiali disponibili, asserendo un’omissione di soccorso ed una fuga che il F. non avrebbe commesso. Giova rammentare, al proposito, che con ‘travisamento della prova’, quale vizio deducibile con il ricorso per cassazione, si intende l’errore sul significante e non quello sul significato. Peraltro, si tratta di un vizio che richiede la specifica indicazione della dichiarazione o dei documento erroneamente assunto; e ciò é mancato nel ricorso in esame.
 2.2. La Corte di Appello ha ritenuto che il F. non si fosse fermato perché pur arrestatosi si era subito dopo il diverbio allontanato, tanto che i testi presenti non avevano rilevato la targa dei veicolo; ed ha rammentato che ‘Il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini”. Orbene, tale assunto in sostanza non é negato neppure dal ricorrente, il quale lamenta che gli sia stato ascritto di essersi allontanato a tutta velocità, ma non di esser stato affermato che egli non era rimasto sul posto. Va quindi rammentato che il giudizio espresso dalla Corte di Appello é in linea con la giurisprudenza di questa Corte, per la quale risponde del reato previsto dall’art. 189, comma sesto (in relazione al comma primo), il soggetto che, coinvolto in un sinistro con danni alle persone, effettui soltanto una sosta momentanea, insufficiente a garantire l’adempimento degli obblighi di fermarsi e di fornire le proprie generalità ai fini del risarcimento (Sez. 4, n. 9128 del 02/02/2012 – dep. 07/03/2012, Boffa, Rv. 252734), nella consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone (rilevando solo in un successivo momento il definitivo accertamento delle effettive conseguenze del sinistro) (Sez. 4, n. 5510 del 12/12/2012 – dep. 04/02/2013, Meta, Rv. 254667).
 Quanto alla consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone, il ricorrente appare confondere la conoscenza dell’esistenza di un danno con la consapevolezza della possibilità di un danno quale effetto del cagionato sinistro. Ora, é del tutto evidente, già in ragione dei solo impatto tra veicolo e pedone, che l’incidente era suscettibile di provocare danni alla persona, che certo non poteva escludere il F. solo perchè la C. si era rialzata.
 Quanto al reato di omissione di soccorso, secondo l’orientamento prevalente la consapevolezza che la persona coinvolta nell’incidente ha bisogno di soccorso può assumere la forma dei dolo eventuale, “che si configura normalmente in relazione all’elemento volitivo, ma che può attenere anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso l’esistenza (ex multis, Sez. 4, n. 34134 del 13/07/2007 – dep. 06/09/2007, Agostinone, Rv. 237239).
 Proprio di dolo eventuale ha fatto menzione la Corte di Appello, evidenziando gli elementi in forza dei quali l’imputato aveva avuto sicura consapevolezza dell’attitudine del sinistro di produrre danni alla C., sì che, allontanandosi senza prestarle soccorso, aveva manifestato l’accettazione dell’eventualità della necessità di un soccorso.
 3. In conclusione il ricorso va rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Fonte: www.laleggepertutti.it

 

Investigazioni assicurative. Investimento del pedone, automobilista responsabile al 100%

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Investigazioni assicurative. Investimento del pedone, automobilista responsabile al 100%.

Incidenti stradali e investimento: presunzione di responsabilità al conducente salvo prova contraria. 

Nel caso di investimento di un pedone, il conducente si presume responsabile al 100%, salvo dimostri che l’incidente sia stato determinato da una responsabilità della vittima. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Roma con la Sentenza n. 3883 del 24 giugno 2015. 

Se, nel caso di scontro tra veicoli in circolazione, il codice civile stabilisce all'Articolo 2054, 1° comma, che in mancanza di prove, si presume il concorso di colpa di entrambi i conducenti al 50%, nel caso di investimento di pedone va applicato il principio opposto Articolo 2054, 2° comma : la responsabilità si presume tutta del guidatore, cui spetta pertanto l’obbligo di risarcire il danno, a meno che non provi di aver fatto tutto il possibile per evitarlo. 

Nella vicenda di specie, secondo le testimonianze, il pedone, appena uscito da un bar, forse alticcio, era stato investito da un’auto che marciava a forte velocità mentre camminava lungo il ciglio della strada. A conferma della dinamica riferita deponevano sia le trecce della lunga frenata che lo sfregamento del corpo del danneggiato per terra. 

In buona sostanza l’onere della prova è tutto dell’automobilista (e non anche del pedone che può limitarsi a dire di essere stato investito): se non vi assolve, egli deve risarcire tutto il danno. Infatti, per il solo fatto che la vittima sia un pedone, scatta una presunzione di responsabilità del conducente, salvo dimostrare che il pedone abbia tenuto una condotta anomala, violando le regole del codice della strada e parandosi imprevedibilmente dinanzi alla traiettoria di marcia del veicolo investitore. 

Al contrario, l’assenza di prove che consentano di ricostruire con esattezza la dinamica del sinistro non può che condurre all’affermazione della colpa presunta del conducente. 

Non è, dunque, il pedone a dovere dimostrare che la colpa del conducente sia stata maggiore della propria, ma è vero il contrario: è onere del conducente dimostrare che la condotta del pedone è stata colposa ed ha provocato il sinistro.

 La sentenza

REPUBBLICA ITALIANA IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE D’APPELLO DI ROMA SEZIONE IV CIVILE

Composta dai magistrati: dott. Riccardo RHDIVO Presidente dott. Elisabetta MARIANI Consigliere dott. Maria Gabriella MARCELLO Consigliere rel. Riunito in Camera di consiglio, ha pronunciato la presente SENTENZA nella causa civile in grado d’appello iscritta al n. 8.169 del Ruolo Generale Contenzioso dell’anno 2008 vertente tra RO.Ab. rappresentato e difeso, per procura speciale apposta a margine dell’atto di citazione in primo grado, dall’avv. DE. presso il cui studio, in Roma, è elett.te domiciliato appellante e GE. Spa quale Impresa per la gestione del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada rappresentata e difesa, per procura depositala in atti, dall’avv. Pa.Im. presso il cui studio, in Roma, è elett.te domiciliata appellata/appellante incidentale. Oggetto: Appello avverso la sentenza Trib. Roma n. 10042/07 decisa il 7.3.2007 e pubblicata il 18.5.2007.

SVOLGIMENTO DDEL PROCESSO

Con la sentenza indicata in epigrafe il Tribunale di Roma – definitivamente pronunciando sulla domanda risarcitoria proposta da un soggetto. nei confronti della Compagnia Assicurativa SpA quale Impresa designata  con riferimento ai gravi danni riportati a seguito dell’incidente del quale era rimasto vittima in data 13.4.2001 alle ore 21,10 circa allorché, mentre percorreva a piedi la via al km. 39,100 in Arteria, era stato investito alle spalle e sbalzato ad una distanza di circa dieci metri fuori dalla sede stradale dal conducente di una autovettura rimasta sconosciuta – ritenuta raggiunta la prova dell’investimento dell’attore da parte di un veicolo non identificalo immediatamente allontanatosi senza prestare soccorso ed applicata la presunzione di colpa a carico di entrambi i conducenti di cui all’art. 2054 il comma c.c., ha condannato la società convenuta a pacare all’attore la complessiva somma – già attualizzata alla data della decisione – di Euro 193.900,00 (pari al 50 per cento di: Euro 233.000,00 liquidati a titolo di invalidità permanente al 65 per cento; Euro 3.600,00 a titolo di invalidità temporanea assoluta; Euro 1.200,00 a titolo di invalidità temporanea relativa: Euro 100.000.00 pari al danno morale ed Euro 10,000,00 a titolo di danno do cenestesi lavorativa) oltre lucro gessante ed interessi come in motivazione, nonché rifondere all’attore tutte le spese di ctu e metà delle spese processuali disponendo la distrazione di queste ultime in favore del difensore del danneggiato dichiaratosi antistatario. Con atto di citazione ritualmente notificato in data 3.7.2008 RO.Ab. ha proposto appello avverso tale sentenza chiedendo – previa declaratoria di colpa esclusiva del pirata della strada autore dell’investimento – la condanna della società appellata al pagamento di ulteriori somme a titolo di risarcimento del danno (e, precisamente, di ulteriori Euro 247,000,00 a titolo di danno biologico da invalidità permanente; ulteriori Euro 150.000,00 a titolo di danno morale ed ulteriori Euro 25.000,00 titolo di danno da cenestesi lavorativa) nonché alla rifusione integrale delle spese di entrambi i gradi di giudizio (distraendo). L’impresa Spa quale Impresa Designata per la gestione del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada si è costituita in giudizio chiedendo il rigetto dell’appello principale e Spiegando appello incidentale ai fine di sentir rigettare la domanda avversaria con condanna del RO. al pagamento delle spese di entrambi i gradi del giudizio ed alla restituzione delle somme già versate in esecuzione della sentenza impugnata sia in favore del proponente che del suo procuratore costituito. La causa – trattenuta in decisione dal Collegio una prima volta e rimessa sul ruolo per l’acquisizione di copia della relazione depositata in primo grado dai ctu è stata, all’esito del deposito di tale documento da parte dell’appellante, nuovamente trattenuta in decisione all’udienza del 17.9.2014 – con assegnazione di termini di legge per il deposito di conclusionali repliche – sulle conclusioni precisale dai procuratori delle parti mediante richiamo a quelle già rassegnate in atti.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Per evidenti motivi di ordine logico vanno innanzitutto congiuntamente esaminati il primo motivo di appello principale – con il quale il proponente deduce l’erronea applicazione, da parte del giudice di primo grado, della presunzione di cui all’art. 2054 11 comma c.c. anziché di quella di cui al primo comma del medesimo articolo – e l’unico motivo di appello incidentale, con il quale viene dedotto per un verso che dalle risultanze istruttorie (ivi comprese le deposizioni, incerte e poco circostanziate, rese dai testi della cui stessa attendibilità ed imparzialità sarebbe lecito dubitare) e dai documenti ex adverso prodotti non emergerebbe alcun elemento probatorio a conforto dell’assunto che il danno possa essersi verificato nelle circostanze affermate dalla controparte e ad esclusiva responsabilità del conducente ili un veicolo non identificato c soggetto ad assicurazione obbligatoria ed, anzi, si rileverebbero “inesattezze e contraddizioni tali da potere affermare, in maniera categorica e più che convincente, che il sinistro vada addebitato, unicamente, a cause che non è dato sapere, anche perché dal rapporto redatto dai Carabinieri e dalle testimonianze, non emerge in alcun modo che il proponente sia stato investito da un veicolo sconosciuto nel mentre percorreva a piedi la via il giorno 13 aprile 2001 alle ore 21,10 circa “e – per altro verso – che l’impossibilità di ricostruire con certezza la dinamica dell’incidente in assenza di riscontri oggettivi, quale affermata dal giudice di primo grado, avrebbe dovuto condurre al rigetto della domanda attrice, premesso che – in assenza, come è pacifico nel caso di specie, di uno scontro ira veicoli – l’applicazione della presunzione operata dal tribunale è certamente errata, rileva la Corte che gli elementi probatori indicati dal Tribunale a fondamento della propria decisione di riconoscere come provalo che i danni riportati dall’attore fossero stati prodotti dal l’in vestimento del medesimo ad opera del conducente di un veicolo allontanatosi subito dopo l’evento appaiono coerenti, esaustivi e pienamente coi)vincenti mentre le censure svolte, sul punto dell’appellante incidentale, risultano generiche ed inidonee ad inficiare la validità della valutazione complessiva delle emergenze probatorie operata dal giudice di prime cure ed avverso la quale le stesse sono dirette. Invero: Il teste escusso in primo grado – minorenne alla data dei fatti per cui è causa, indifferente alle partì e della cui attendibilità non vi è ragione alcuna di dubitare, posta la genericità dell’eccezione sollevata al riguardo dall’appellata – a distanza di pochi giorni dall’evento, ha dichiarato ai Carabinieri (che lo avevano rintraccialo grazie alle indicazioni del benzinaio che aveva chiesto il loro intervento e quello dell’autoambulanza dopo essere stato fermato nella immediatezza dei fatti da due ragazzini che avevano trovalo l’uomo ferito) che il 13.4.200) verso le ore 21,15, mentre insieme all’amico (anch’egli escusso in primo grado come teste) si trovava di fronte all’ingresso del bar sulla via, sentì “una forte frenata” ed udì subito dopo “un forte tonfo” e pensò subito che l’auto che aveva sentito frenare potesse aver investito l’uomo di colore, un pò alticcio, che aveva poco prima visto camminare sulla carreggiata; di essersi avvicinato insieme all’amico, di aver riconosciuto l’uomo visto poco prima all’interno del bar e di aver anche visto, mentre si avvicinava, che sul luogo si trovava un’autovettura di tipo familiare di grossa cilindrata di colore scuro dalla quale scesero due persone che, dopo essere scese dal veicolo per verificare l’accaduto. Si allontanarono velocemente dal luogo facendo perdere le proprie tracce; le deposizioni testimoniali rese in primo grado, appaiono coerenti con le dichiarazioni sopra riportate nonostante la loro incompletezza evidentemente dovuta al lungo tempo trascorso dalla data dell’evento; i Carabinieri hanno ritrovato, all’interno dei ciglio erboso posto al limite della carreggiata proprio in prossimità di dove poco prima giaceva il ferito, lo specchietto retrovisore laterale infranto di una autovettura (vd. verbale di rinvenimento in atti) ed hanno altresì rilevato tracce di carenata lunghe ben m. 11,40 lasciate da un veicolo sull’asfalto; il centro della carreggiata nonché tracce lugnhe ben m. 6,90 dovute allo sfregamento del corpo del danneggiato sul tratto di ciglio erboso posto al limite della carreggiata di cui sopra si è detto; il CTU incaricato dal tribunale ha confermato la compatibilità delle lesioni riportate dal proponente con le modalità dell’evento come ricostruite nell’informativa dei Carabinieri in data 18.4.2001, vale a dire con l’investimento da parte di un veicolo che procedeva ad elevata velocità. Alla stregua di quanto precede l’appello incidentale va rigettato mentre il. motivo di appello principale in esame va accolto, essendo da un lato evidente l’applicabilità al caso di specie – non già della presunzione applicata del giudice di primo grado (art. 2054 II co. c.c.), che postula uno scontro avvenuto tra veicoli) – bensì di quella di cui all’art. 2054, I co. c.c. e non avendo, dall’altro, la società convenuta /odierna appellata (che nei propri scritti difensivi ha concordato sulla impossibilità di ricostruire con esattezza la dinamica del sinistro) assolto all’onere che le incombeva di provare – al fine di vincere la presunzione juris tantum di colpa che detta norma pone a carico del conducente di un veicolo senza guida di rotaie – che il pedone, violando le regole del codice della strada, si sia portato imprevedibilmente dinanzi alla traiettoria di marcia del veicolo investitore “vd. Cass. 18,11.2014 n. 24472, che ha ribadito che: “per vincere tale presunzione il conducente ha l’onere di provare che il pedone abbia tenuto una condotta anomala, violando le regole del codice della strada e parandosi imprevedibilmente dinanzi alla traiettoria di marcia del veicolo investitore”; che “l’assenza di prove che consentano di ricostruire con esattezza la dinamica del sinistro non può che condurre all’affermazione della colpa presunta del conducente, ai sensi dell’art. 2054 c.c., comma 1”; che “poiché, per quanto detto, il conducente di veicoli a motore è onerato da una presunzione di colpa, il giudice chiamato a valutare e quantificare l’esistenza d’un concorso di colpa tra la colpa del conducente e quella d’un pedone investito deve: a – muovere dall’assunto che la colpa del conducente sia presunta e pari al 100 per cento: b – accertare in concreto la condotta del pedone;(c) ridurre progressivamente la percentuale di colpa presunta a carico del conducente via via che emergano circostanze idonee a dimostrare una colpa in concreto del pedone. Non è, dunque, quest’ultimo a dovere dimostrare che la colpa del conducente sia stata maggiore della propria, ma è vero il contrario:è onere del conducente dimostrare che la condotta del pedone è stata colposa ed ha avuto efficacia causale assorbente o concorrente nella produzione dell’evento: prova che, nel caso di specie, non può ricavarsi per presunzioni, come si vorrebbe da parte di AS., due sole circostanze (la seconda le quali, peraltro, controversa tra le parti) che il pedone percorresse la carreggiata in stato di ebbrezza alcoolica e volgendo le spalle al flusso veicolare, in quanto di per sé insufficienti a dimostrare in modo univoco e concordante il comportamento imprevedibile del pedone che consente di escludere, o quantomeno di ridurre le responsabilità del conducente. 2. Con gli ulteriori tre motivi di gravame, riguardanti il quantum, l’appellante principale ha contestato la liquidazione dei danni operata dal giudice di primo grado deducendo: – che, nel liquidare il danno biologico da invalidità permanente, le tabelle del Tribunale di Roma relative all’anno 2007 sarebbero state mai applicate con una differenza, in proprio danno, di ben Euro 247.000,00 circa; – che, una volta riconosciuta, per il motivo che precede, la maggiore entità dei risarcimento del danno biologico, anche il risarcimento del danno morale (riconosciuto dal giudice di primo grado in Euro 50.000,00) dovrebbe essere incrementato di ulteriori Euro 150,000,00 (richiesta poi ridotta di “almeno ulteriori Euro 100.000,00″, v. pag. 5 punto 3 e pag. 7 ultimi” periodo del paragrafo A/2 della prima comparsa conclusionale); – che il danno da incapacità lavorativa specifica e/o cenestesi lavorativa riconosciuto dalla sentenza impugnata in Euro 50.000,00 dovrebbe essere incrementato di un ulteriore importo non inferiore ad Euro 25.000,00 in considerazione del fatto che “(come si legge anche nel libretto di lavoro) il proponente svolgeva l’attività di muratore (e non di venditore ambulante) ben più impegnativa, usurante e superatile difficoltosamente anche con maggiore impegno delle proprie forze”. Le prime due censure sono da ritenersi fondate: quanto alla prima, sul rilievo che effettivamente, le tabelle del Tribunale di Roma relative all’anno 2007 per la liquidazione del danno biologico prevedono – per il caso qui ricorrente di invalidità permanente del 65 per cento in soggetto avente 35 anni all’epoca del sinistro – un risarcimento pari ad é 480.878,17 e quindi, superiore di oltre il doppio a quello liquidato dal Tribunale, sicché la differenza qui richiesta dall’appellante risulta congrua; quanto alla seconda, sul rilievo che la liquidazione del danno morale in Euro 100.000,00 effettuata dal giudice di prime cure in via equitativa appare incongrua – tenuto conto della misura del risarcimento sopra riconosciuto a titolo di danno biologico da invalidità permanente nonché degli importi normalmente liquidati da questa Corte per casi analoghi oltre che delle circostanze del caso concreto tra le quali, segnatamente, la specificità dell’evento dannoso, il danno fisico riportato, l’entità dei postumi permanenti, le sofferenze patite (segnatamente in conseguenza del periodo di oltre un mese di degenza in ospedale, dapprima presso il centro di rianimazione e poi nel reparto di Neurochirurgia, cui il danneggiato è stato costretto nonché dell’ulteriore periodo di oltre due mesi di degenza pressi) l’Istituto traumatologico Italiano di Gr. nei quali è stato sottoposto a procedure ili riabilitazione motoria assistita per i postumi del trauma cranico subito) e l’età del proponente al momento del fatto (35 anni) – e che sia, viceversa, congrua la liquidazione di tale voce di danno in via equitativa nella complessiva somma di Euro 150.000,000 attualizzata alla data della decisione di primo grado (con una integrazione, pertanto, di Euro 100.000,00 rispetto a quella di cui alta sentenza impugnata). L’ultima delle censure dell’appellante principale e invece da disattendere, sul rilievo – assorbente – che la documentazione in atti (permesso di soggiorno e libretto di lavoro del RO.) non provano affatto lo svolgimento in concreto, da parte del medesimo, delle attività di muratore, né lo stesso risulta altrimenti dimostrato. Alla stregua di quanto precede, in parziale riforma dell’impugnata sentenza – che, per il resto, va integralmente confermata salvo clic, come si dirà, nella pronuncia sulle spose processuali – la GE. S.p.A. già I. S.p.A. quale Impresa Designata per la gestione del Fondo di Garanzia per le Vittime delta Strada va condannata a pagare all’odierno appellante – a titolo di risarcimento dei danni da questi riportati nel sinistro per cui è causa – la complessiva somma, attualizzata alla data della decisione di primo grado, di Euro 540.900.00 (di cui Euro 193.900,00 già liquidati dal Tribunale; ulteriori Euro 247.000,00 a titolo di integrazione del danno biologico da invalidità permanente ed ulteriori Euro 100.000 a titolo di integrazione del danno morale) oltre lucro cessante ed interessi da calcolarsi con i criteri e le decorrenze di cui alla motivazione della sentenza impugnata. L’esito complessivo della lite giustifica la condanna dell’odierna appellata, oltre che al pagamento delle spese di ctu già disposto dalla sentenza impugnata, a rifondere al proponente le spese processuali di entrambi i gradi del giudizio liquidate come in dispositivo con applicazione del DM Giustizia n. 55/2014 (esclusa, per il presente grado, la voce relativa alla fase istruttoria in quanto non svoltasi) e distrazione in favore dell’avvocato dichiaratosi antistatario.

P.Q.M. La Corte, definitivamente pronunciando sull’appello principale come in alti proposto da RO.Ab. avverso la sentenza Trib. Roma n. 10042/2007 e nei confronti di GE. SpA già I. SpA quale Impresa Designata per la gestione del Fondo di Garanzia per le Vittime della Strada nonché sull’appello incidentale da quest’ultima spiegato – così decide: a) accoglie – per quanto di ragione – l’appello principale e per l’effetto, in parziale riforma della sentenza impugnata, condanna GE. SpA già I. SpA quale Impresi Designata per la gestione del Fondo di Garanzia per le Vittime delta Strada a pagare al proponente a titolo di risarcimento dei danni da questi riportati nel sinistro per cui è causa – la complessiva somma, attualizzala alla decisione di primo grado, di Euro 540.900,00 oltre lucro cessante ed interessi come riconosciuti nella motivazione della sentenza impugnata; b) rigetta l’appello incidentale; c) conferma la condanna della società odierna appellata a rimborsare a RO.Ab. le spese di ctu nella misura già liquidata dal giudice di primo grado e la condanna altresì a pagare integralmente al RO. le spese di entrambi i gradi di giudizio, che liquida – per il primo grado – ivi Euro 21.387,00 per compensi ed Euro 500,00 per spese vive e – per il presente grado – in Euro 13.560,00 per compensi ed Euro 150,00 per spese vive; il mito oltre rimborso fortettario spese generali e con distrazione in favore dell’avv. Al.De. dichiaratosi antistatario. Così deciso in Roma il 2 febbraio 2015. Depositata in Cancelleria il 24 giugno 2015.

Fonte: www.laleggepertutti.it  

 

 
 

Investigazioni verifica curriculum vitae. Curriculum vitae falsificato: cosa succede se non dico la verità

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Investigazioni verifica curriculum vitae. Curriculum vitae falsificato: cosa succede se non dico la verità.

Lavoro ed effetti giuridici del curriculum: responsabilità penale e civile per informazioni mancanti o false, in particolare la responsabilità precontrattuale. 

È noto che attraverso il curriculum vitae rappresentiamo, in un atto scritto, la nostra situazione personale e lavorativa. Tale documento contiene pertanto, molteplici informazioni che ci riguardano, alcune di carattere essenziale e altre, invece, di natura facoltativa. 

L’importanza di presentare un curriculum è ovviamente legata all’esigenza di trovare lavoro e, pertanto, in vista dell’obiettivo finale, spesso e volentieri l’autore è indotto ad alterare le informazioni contenute nel documento. 

A riguardo, pare che ci siano delle vere e proprie statistiche, che testimonierebbero la portata rilevante del fenomeno della falsificazione del curriculum vitae, tuttavia, in questa sede, c’interessa rispondere alla seguente domanda: scrivere qualche bugia all’interno del nostro curriculum è irrilevante oppure comporta delle conseguenze?

Ebbene la risposta non può che essere la seconda. Non possiamo, infatti, mentire senza che ciò sia privo di effetti giuridici. Dobbiamo altresì precisare che la responsabilità in cui eventualmente incorriamo è di doppia natura: possiamo cioè, violare il codice penale, ma anche il codice civile. 

In particolare i reati che possiamo commettere alterando un curriculum sono quelli contro la fede pubblica e, nello specifico, la falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico e la falsa dichiarazione sulla propria identità o qualità (Articoli 483 e 496 del Codice Penale). In tali casi, essendo il curriculum diretto ad attestare pubblicamente determinate informazioni di natura essenziale, non possiamo permetterci di falsificare furbescamente il documento. Le conseguenze non sono di poco conto, giacché, ad esempio, per la falsità ideologica la pena massima è della reclusione fino a due anni. 

Da un punto di vista civilistico, invece, dobbiamo sempre ricordarci che fornire informazioni non veritiere allo scopo di ottenere un lavoro, è fonte di responsabilità precontrattuale a nostro carico. Le legge, infatti, esplicitamente stabilisce che bisogna essere corretti e in buona fede nella conduzione delle trattative e cioè nella fase che precede la conclusione di un contratto (anche di lavoro) (Articolo 1337 del Codice Civile). Mentire sulle proprie esperienze o sulle capacità lavorative riportate nel curriculum non può essere certamente corretto oltre a rappresentare un comportamento intenzionalmente diretto ad ingannare la controparte.

 

La giurisprudenza ha identificato nella fase precontrattuale un vero e proprio obbligo di lealtà reciproca, da cui deriva il dovere di completezza informativa a carico di entrambi le parti, in nessun caso giustificando reticenze, omissioni e tanto meno falsificazioni (Sentenza Cassazione n. 6526/2012 del 22.03.2012). La responsabilità sussiste, precisa la Cassazione, anche alla presenza di un contratto concluso e valido: se il comportamento di una delle parti non è stato diligente, avendo nascosto dati o informazioni rilevanti, è inevitabile la responsabilità descritta ed il conseguente risarcimento a favore della parte danneggiata dall’altrui comportamento scorretto (Sentenza Cassazione n. 24795/2008). 

La legge pertanto, sanziona la furbizia dell’autore del curriculum anche da un punto di vista civilistico: la conseguenza più grave è rappresentata dalla risoluzione del contratto, ma non manca anche il rischio di essere condannati al risarcimento dei danni, ove la controparte ingannata dovesse dimostrare di averne subiti in concreto.

Fonte: www.laleggepertutti.it

 

Investigazioni atti vandalici. Se si incendia l'auto, i danni li paga l'assicurazione?

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Investigazioni atti vandalici. Se si incendia l'auto, i danni li paga l'assicurazione?
Responsabilità esclusa solo per gli incendi di natura dolosa. 

Nel caso di incendio di auto in sosta che abbia provocato danni ad altri veicoli, il risarcimento ai proprietari dei vicini mezzi, distrutti per via del propagarsi delle fiamme, spetta all’assicurazione del veicolo da cui si è originato l’incendio. Infatti, la sosta su area pubblica o ad essa equiparata rientra nel concetto di circolazione. 

Solo nell’ipotesi in cui l’incendio sia stato appiccato dolosamente le conseguenze dannose che siano derivate a terzi non sono riconducibili alla circolazione stradale e quindi all’uso proprio della cosa, in modo tale che non sussiste l’obbligo dell’impresa di assicurazione di risarcire i danni.

È quanto precisato in modo ormai univoco dalla Cassazione (Sentenza n. 16895/2010, e n. 3108/2010). 

Secondo la Corte, il veicolo in sosta deve essere considerato, a tutti gli effetti, in circolazione, sia ai fini dell’applicazione della responsabilità oggettiva del proprietario dell’auto per “cose in custodia” (Articolo 2054 del Codice Civile), sia ai fini della disciplina sull’assicurazione obbligatoria per la r.c. auto. Le conseguenze sono dunque le seguenti. 

Se l’incendio è stato doloso

In questo caso i proprietari delle auto vicine, su cui si è propagato il fuoco, non sono coperti dalla assicurazione del titolare del mezzo su cui il fuoco è stato appiccato. Né potrà essere chiamato quest’ultimo a risarcire i danni. Infatti, la norma (Articolo 2054 del Codice Civile) che impone al proprietario di un bene di indennizzare tutti coloro che da tale bene sono stati danneggiati prevede una sola eccezione: l’ipotesi in cui l’evento sia stato determinato da “caso fortuito” (ossia eccezionale, non prevedibile ed evitabile). Ebbene, l’incendio doloso rientra nel caso fortuito ed esclude la responsabilità dell’automezzo: di conseguenza non c’è neanche ragione di chiamare in causa la sua assicurazione, per coprirlo di una responsabilità che non ha. Si rende infatti inutile il ricorso allo strumento assicurativo obbligatorio in quanto esso necessita, quale presupposto di operatività, della responsabilità del proprietario-assicurato del veicolo. 

I proprietari delle auto circostanti su cui il fuoco si è allargato saranno allora risarciti ciascuno dalla propria assicurazione. 

Se l’incendio non è stato doloso

Quando l’incendio propagatosi a veicoli o a cose circostanti è riconducibile alla circolazione (surriscaldamento eccessivo del motore, con insorgenza di incendio poco dopo lo spegnimento dello stesso, ritorno di fiamma, ecc.), poiché scatterebbe la responsabilità oggettiva del proprietario del mezzo (in quando il danno è determinato da un suo comportamento colpevole), allora in tali casi opera l’assicurazione in relazione all’obbligo di copertura dei danni ai sensi della normativa sull’r.c-auto. 

È così possibile ritenere che, in assenza di prova, la quale deve essere fornita dal proprietario del veicolo, circa il caso fortuito (rappresentato, ad esempio, dalla menzionata azione dolosa di terzi), sarà agevole ricondurre l’incendio del veicolo alle ipotesi di una sua avaria anche per cause diverse dalla circolazione dinamica da poco (o tanto) tempo cessata, dovendosi ritenere che l’incendio ben possa derivare da cause quali “l’usura complessiva del mezzo e delle sue componenti elettriche e meccaniche, a determinare le quali concorre lo stesso decorso del tempo, di movimenti e di soste sin dall’epoca della costruzione del veicolo, in relazione alla qualità della stessa, nonché alla frequenza ed al genere di manutenzione cui sia stato sottoposto” (Sentenza Cassazione n. 3108/2010). 

Tale interpretazione rende estremamente agevole per il danneggiato ottenere il riconoscimento della responsabilità del proprietario del veicolo che abbia preso fuoco, grazie alla natura oggettiva della responsabilità, ed il conseguente risarcimento del danno da parte dell’assicurazione obbligatoria contratta da quest’ultimo.

Fonte: www.laleggepertutti.it 

 

 

 
 
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