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Мастер и Маргарита(IL MAESTRO E MARGHERITA)

Di solito una volta che ho letto un libro, se non lo lascio in giro per casa, lo ripongo nella libreria e non lo riapro più. Se si tratta di un saggio o un libro di storia a volte può capitare che lo sfogli per aiutare la memoria a soddisfare qualche curiosità che mi è passata per la testa, ma in generale è difficile che prenda in considerazione di rileggere un libro.

Il Maestro e Margherita rappresenta un’eccezione nelle mie letture: l’ho letto e riletto più volte e ogni volta ne sono rimasto incantato e sorpreso, mi sono fatto trascinare dal sogno, dalla narrazione e dal mondo in cui è ambientato. Come tutti i grandi capolavori della letteratura questo romanzo si presta a più livelli di lettura: un romanzo di evasione dalla trama fantastica, uno spaccato di una Mosca post rivoluzionaria degli anni Trenta dello scorso secolo in cui la burocrazia, l’organizzazione sociale e il conformismo imbrigliano la libertà dell’individuo, una riflessione religiosa sull’eterna lotta tra bene e male.

Ma soprattutto è un grande romanzo d’amore, una storia in cui Margherita è disposta a sacrificare la propria agiata e conformista vita moscovita pur di ritrovare il Maestro, tanto da essere disposta a tutto. “Ah, davvero, darei in pegno l'anima al diavolo pur di riuscire a sapere se lui è vivo o no!”, Margherita si ritrova a pensare su una panchina vicino al Cremlino preda del tormento di aver perso l’amato.

Margherita, però, non è solo la donna che amando è sottomessa dall’amore e all’uomo che ama: la ritroviamo trasformata in strega a volare per i cieli di Mosca per andare a liberare il Maestro. Così anche lo schema classico del romanzo d’amore si ritrova sconvolto e sovvertito, perché questa volta sarà l’amata a salvare l’amato. Non ho svelato il finale del romanzo a chi non l’avesse letto, perché rivelare questo happy end non significa aver rivelato anche la conclusione del libro e le sue sorprendenti storie.

Credo sia bene fornire alcuni sommari cenni biografici di Michail Afanas'evič Bulgakov, utili per comprendere meglio il romanzo.

Bulgakov nacque nel 1981 a Kiev da una famiglia russa benestante, il padre era un professore di teologia e la madre lo educò alla letteratura. Abbandonò presto la fede. Studiò medicina e si ritrovò così nella tempesta della rivoluzione bolscevica a prestare la propria opera come medico militare. Abbandonò la professione medica (si sentiva troppo sottoposto all’autorità) per scrivere, anche se la sua ambizione era quella di drammaturgo e non di romanziere. Si scontrò comunque con la burocrazia e l’irreggimentazione culturale sovietica, tanto da scrivere una lettera al governo perché gli fosse consentito di espatriare. Colpo di scena! Intervenne direttamente Stalin che lo fece assumere al Teatro d’Arte di Mosca.

L’intervento di Stalin non deve stupire, ma deve essere contestualizzato in un particolare momento storico per il mondo letterario sovietico. Poco prima della lettera di Bulgakov, il suicidio Majakovskij aveva creato clamore e in qualche modo incrinato le ambizioni dirigistiche del regime nei confronti del mondo culturale. Stalin non voleva un altro martire e assegnare un posto a Bulgakov era il tentativo di evitare ulteriori problemi e difficoltà.

Bulgakov per qualche anno rimarrà al Teatro d’Arte di Mosca, ma poi lo abbandonerà, perché i contrasti e le difficoltà con l’establishment continueranno a segnare la sua vita. Si ritirerà così dalla vita pubblica e si dedicherà alle stesure del Maestro e Margherita cui continuerà a mettere mano fino alla morte avvenuta nel 1940.

Il romanzo sarà pubblicato postumo e rappresenta un caso letterario. La sua storia è affascinante. In primo luogo pare che l’originaria stesura risalente al 1928 sia stata bruciata da Bulgakov nella stufa, proprio come farà il Maestro dando il via al dramma d’amore di Margherita. Come avrà, però, modo di dire il prof. Woland nel romanzo “i manoscritti non bruciano”!

La prima pubblicazione risale al 1966 sulla rivista Moskva, si tratta di una versione censurata del romanzo: circa il 12% dell'opera non è pubblicato e una parte ancora maggiore viene modificata. La versione integrale inizia a circolare in Unione Sovietica in modo clandestino ed è pubblicata la prima volta in Germania nel 1967, anno in cui vede la luce anche in Italia.

Nel 1968 l’edizione integrale curata da Einaudi viene recensita sul Corriere della Sera da Eugenio Montale, che lo definisce “un miracolo che ognuno deve salutare con commozione” e ancora “Un romanzo-poema o, se volete, uno show in cui intervengono numerosissimi personaggi, un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o si mescola col più alto dei possibili temi – quello della Passione – non poteva essere concepito e svolto che da un cervello poeticamente allucinato. È qui che il poco noto Bulgakov si congiunge con la più profonda tradizione letteraria della sua Terra: la vena messianica, quella che troviamo in certe figure di Gogol’ e di Dostoevskij e in quel pazzo di Dio che è il quasi immancabile comprimario di ogni grande melodramma russo

Da allora la fortuna del romanzo non è più in discussione.

Ancora una piccola curiosità: insieme al Maestro e Margherita nel 1967 viene pubblicato in Italia anche un altro romanzo di Bulgakov, Cuore di Cane (di cui consiglio vivamente la lettura) che invece in Unione Sovietica è edito solo nel 1987, dopo che la prima edizione del 1927 era stata sottoposta a censura e ritirata dalla stampe.

Il Maestro e Margherita si articola su tre linee narrative principali, destinate a convergere, intrecciarsi e a sovrapporsi nello sviluppo del romanzo.

La prima linea narrativa racconta dell’arrivo a Mosca di Satana sotto nelle sembianze del prof. Woland, esperto di magia nera, che con il suo seguito organizzerà il gran ballo, un sabba, dopo aver seminato lo scompiglio nella città.

La seconda linea narrativa è rappresentata dalla storia d’amore di Margherita e del Maestro, scrittore che come Bulgakov è stato emarginato, oggetto di critiche feroci e distruttive per aver scritto un romanzo sulla vita di Ponzio Pilato ritenuto sovversivo, contrario al sistema e per questo rinchiuso in manicomio.

Proprio l’opera del Maestro rappresenta la terza linea narrativa principale, vero e proprio romanzo nel romanzo, in cui viene narrata la passione di Jeshua Hanozri il nome semitico con cui viene chiamato Gesù. Narrazione che non procede secondo il punto di vista dei vangeli. Bulgakov trae spunto dai tentativi di ricostruzione storica della vita di Gesù e dai vangeli apocrifi. Centrale è la figura di Ponzio Pilato delineato nel suo dramma di uomo e del rimorso che lo accompagnerà per tutta la vita. Il racconto della Passione è ambientato in un’affascinante Jerushalajim di duemila anni fa, che crea un contrasto armonico con la Mosca in cui si svolgono le altre linee narrative del romanzo.

Già perché Mosca è parte integrante del racconto, le sue strade, i suoi giardini le sue case sono il teatro in cui va in scena lo spettacolo, dove i personaggi si rincorrono, le cui vite si intrecciano e in cui è possibile vedere un grosso gatto nero che non solo sale su un tram, ma pretende di pagare il biglietto. Questa Mosca sovietica è luogo dove la vita scorre, ma in modo quasi normalizzato, in cui la burocrazia prevale sull’essere umano e dove burocrati, che senza alcun merito occupano posti di potere, indirizzano la vita delle persone imponendo stili letterali e artistici.

Per fortuna, verrebbe da dire, il diavolo sconvolge tutto, fa ammettere le colpe ai burocrati, svela vizi e risentimenti, fa girare nudi personaggi per Mosca, li fa cadere in contraddizione, li spedisce a Yalta in un batter d’occhio per liberare la città dalla loro presenza.

Una diabolica quanto sottile ironia pervade, poi, tutto il romanzo. “Mi scusi, ma qualcosa di poco buono si nasconde negli uomini che evitano il vino, il gioco, la compagnia di donne affascinanti, la conversazione conviviale. Questi uomini, o sono gravemente ammalati, oppure odiano in segreto il prossimo” afferma il prof. Woland di fronte al formale perbenismo di un interlocutore.

Il libro si apre con due intellettuali atei, tipici rappresentanti del regime e della sua mentalità, che si trovano a discutere dell’esistenza di Dio con il diavolo. Satana certo non può parlare bene di Dio, ma ne difende in modo categorico e perentorio l’esistenza, al di là di ogni possibile prova filosofica e di ogni tentativo di negarla da parte dei due agnostici conformisti. “Non c’è bisogno di nessun punto di vista, è esistito e basta!” dice il diavolo parlando di Gesù, e di fronte l’insistenza di uno dei due che vorrebbe delle prove ribatte con forza “Neppure di prove c’è bisogno”.

Questo episodio rappresenta l’esordio di quello che sarà l’effetto dell’opera di Satana sull’apparato burocratico e sociale del sistema, ovvero il suo scardinamento e sovvertimento. A partire dalla figura del letterato conformista.

Il poeta Bezdomnij ritrovatosi nudo in giro per Mosca si sente perduto perché non ha più con sé la tessera del Massolit (la società letteraria, cui appartenere significa essere riconosciuti quali artisti). “Non è la tessera che determina lo scrittore, ma quello che scrive” dirà poi Korov'ev uno degli aiutanti del diavolo, che dimostra non solo di conoscere l’uomo ma anche quale sia l’effettivo valore letterario. Del resto lo stesso Bulgakov era stato costretto a prendere la tessera di scrittore quando, abbandonata la professione medica, volle seguire le proprie inclinazioni artistiche. Tessera evidentemente simbolo della costrizione della creatività da parte di un regime attento a regolare ogni aspetto della vita dell’uomo in quanto cittadino.

Ecco, dunque, un romanzo sulla pretesa dell’uomo di far funzionare le cose a suo modo e crede di poter determinare e stabilire il proprio futuro. Però, come dire, il diavolo ci mette lo zampino. Così l’ambizione marxista leninista di dirigere la vita dell’essere umano ha prodotto omuncoli e il diavolo gioca con loro mettendo a nudo la fragilità e l’inconsistenza di quell’intellighenzia sovietica che dovrebbe essere il nerbo culturale della nuova società nata dalla Rivoluzione, producendone il collasso, nel grande spettacolo di magia che mette in scena.

Woland rivendica il ruolo dell’intelletto nei confronti delle sopraffazioni sociali: l’intelletto deve essere libero, nessuna forma di organizzazione sociale può costringere l’uomo a essere quello che non è, o a pensare quello che gli viene imposto.

Tutti i personaggi del romanzo, dal primo all’ultimo non partecipano all’azione per il solo scopo narrativo, ma sono un simbolo. Tra i comprimari dell’azione si possono individuare due gruppi che si contrappongono: da una parte i rappresentanti del regime e dell’organizzazione burocratica e sociale dall’altra il seguito di Woland simbolo del sovvertimento dell'apparente ordine imposto. Quando questi due gruppi vengono a contatto lo spettacolo è garantito: il drammatico, il grottesco, il surreale e il fantastico si impossessano della narrazione in un incalzante susseguirsi di eventi che sono tra loro tutti connessi. Al fantastico che pervade il romanzo si contrappongono le descrizioni meticolose di Bulgakov, come se servissero a riportare il lettore alla realtà o a volergli far credere che tutto sia vero. Il gran ballo, il Sabba di Satana è il trionfo della libertà dell’immaginario, la libertà assoluta, la creazione del caos che irrompe nel quotidiano.

Ci sono, poi, i protagonisti.

Jeshua Hanozri non è solo il simbolo del bene, ma il portatore dell’ideale supremo della bontà di ciascun essere umano a dispetto della sua vita e delle sue azioni. “E adesso dimmi perché usi sempre le parole «buona gente». Chiami tutti così?” chiede Pilato “Sì, tutti, - rispose il prigioniero. - Non esistono uomini cattivi”.

Ponzio Pilato è l’uomo solo con sé stesso, che deve sopportare il peso della vita e degli errori che sa di commettere, ma che non può evitare; gravità dell’esistenza simboleggiata dal malessere che lo tiene prigioniero, quel mal di testa dal quale pare che solo Jeshua possa dargli sollievo.

Il mirabolante prof. Woland, Satana, rappresenta l’incarnazione del male inteso anche come limite dell’essere umano e dei suoi tentativi di dare un senso alla vita o di regolarla in modo meticoloso, cercando di prevedere ogni aspetto dell’umana esistenza. Risulta, quindi, solo apparente la contraddizione insita nella sua difesa dell’esistenza di Dio o nel rendere giustizia all’amore dei protagonisti del romanzo.

Il Maestro, in cui è spesso facile identificare lo stesso Bulgakov, rappresenta l’ideale dello scrittore e della libertà espressiva, del travaglio creativo e del suo confronto con la critica asservita al pensiero dominante.

Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva fiori gialli! Un brutto colore” […] vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi”. Così appare per la prima volta nel romanzo di Margherita attraverso il racconto del Maestro. I fiori gialli (scopriremo essere delle mimose) del brutto colore ne risaltano la bellezza inespressa della figura avvolta nel soprabito nero e caratterizzata da quel senso di solitudine che sarà colmato dall’incontro con il Maestro.

Margherita rappresenta la possibilità per l’amore di vincere contro tutte le difficoltà (amor omnia vincit!) ma anche dell’amore inteso come libertà di provare un sentimento e a questo abbandonarsi. Così Margherita è disposta ad affrontare qualsiasi cosa pur di ritrovare l’amato e il suo volo nei cieli di Mosca è il simbolo di questa libertà.

Il Maestro e Margherita è una parabola sul senso dell'esistenza umana, senso che è capriccioso, dubbio, e, comunque, incomprensibile, ma in cui l’amore rappresenta pur sempre una speranza di libertà.

Avv. Gregorio Troilo

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