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Il rapporto padre-figli nella crisi matrimoniale

Per meglio inquadrare i rapporti tra padri e figli che derivano successivamente alla separazione della coppia genitoriale - sia essa unita dal vincolo matrimoniale che da un rapporto more uxorio - è necessario tener conto delle disposizioni di legge che regolamentano le condizioni di affidamento dei figli minori ai genitori, fermo restando che il figlio maggiorenne non è più sottoposto alla responsabilità genitoriale.

La legge n. 54/2006 ha rivoluzionato in modo sostanziale il diritto di famiglia dopo la riforma del 1975, in quanto ha introdotto il principio della bigenitorialità che costituisce un diritto naturale del figlio ad intrattenere rapporti continuativi con entrambi i genitori oltre ad introdurre nuove regole per l'esercizio di quella che attualmente viene definita la “responsabilità genitoriale”.

La disciplina relativa all’affidamento condiviso prevede il diritto del figlio di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, di ricevere cura, educazione e istruzione e ciò si collega all’art. 30 della Costituzione, che, al comma I, statuisce che: “E’ dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”.

Attualmente, la materia è regolamentata dalla legge 219/2012 e dal successivo decreto legislativo 154/2013 che ha stabilito la “modifica della normativa vigente al fine di eliminare ogni residua discriminazione rimasta nel nostro ordinamento tra i figli nati nel e fuori del matrimonio, così garantendo la completa eguaglianza giuridica degli stessi”. Tale norma ha pertanto introdotto l’importante equiparazione dei figli naturali a quelli legittimi, statuendo altresì che sia competente un unico organo giudiziario ad occuparsi dei procedimenti di affidamento di figli minori nati nelle coppie sia sposate che di fatto.

Tra le modifiche maggiormente rilevanti è da evidenziare quella relativa all’articolo 337-ter del codice civile, secondo cui il figlio “ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori” ed il giudice deve valutare “prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori” in modo da concretizzare il diritto della prole a "mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi".

La effettiva novità introdotta è il ribaltamento della regola dell’affidamento esclusivo - che prima del 2006 era la regola - in affido condiviso - che prima era definito "congiunto" -, tanto che oggi è necessario fornire in sede giudiziale una seria motivazione per poter ottenere l'affidamento esclusivo.

Senza ombra di dubbio il punto debole che limita la continuatività del rapporto dei figli con il padre, è il collocamento dei minori presso la madre alla quale, nella quasi totalità dei casi, viene infatti assegnata la casa familiare.

Detta preferenza per la madre deriva dalla considerazione che il suo ruolo viene considerato seminale e maggiormente idoneo all'educazione dei figli.

Comunque, diversamente rispetto al passato, l’intento del legislatore è stato di dare una maggiore garanzia al diritto dei figli a mantenere un rapporto equilibrato con entrambi i genitori ed, in ossequio al predetto intento, il giudice, oltre che disporre in merito alla residenza ed al collocamento prevalente dei figli, individua e stabilisce anche i tempi di permanenza presso il genitore non collocatario, secondo il principio dell'assoluta preminenza dell'interesse morale e materiale dei figli,

In ogni caso, la tendenza che si sta affermando nei Tribunali dal Nord al Sud della nostra Penisola è quella di disancorarsi dal criterio presuntivo della "maternal preference" in favore del principio di bigenitorialità e di quello della parità genitoriale nel preminente interesse del minore a mantenere rapporti significativi anche con il padre ove non sia il genitore collocatario.


Spostando il focus dalla cornice giuridica che disciplina le fratture famigliari alla famiglia che ne costituisce la tela, è immediata la percezione che la società così come la conoscevamo e come è stata pensata dalla Costituzione Italiana, una famiglia patriarcale con ruoli e doveri ben individuati, oggi ha subito una profonda e radicale trasformazione, in cui i ruoli e i doveri tendono a non essere rigidi ed in cui, sempre più di frequente, viene perso quell’imprescindibile valore del “per sempre”. Oggi esistono poi diverse forme di famiglia: dalle convivenze, alle famiglie ricomposte, monogenitoriali, alle famiglie con genitori dello stesso sesso e così via.

Spesso accade che ci si trovi imbrigliati nella contraddizione legata al desiderio di vivere un amore autentico e la paura di un legame esclusivo, stabile, per questo definito da Bauman “Amore liquido”, che si consuma come qualsiasi altro prodotto: “la cultura consumistica tipica dell’odierno mondo occidentale ha contagiato anche i legami affettivi e sentimentali”. Inevitabile conseguenza è il processo di separazione della coppia, sia per chi sceglie tale percorso, che per chi ne subisce la scelta: comunque è un momento di grande stress emotivo, nel quale la ex coppia adopera tutte le energie in una lotta continua senza possibilità di evoluzione, in una guerra dove uno dei due deve sconfiggere l’altro punendolo fino alla distruzione. L’obiettivo di distruggere l’altro prende ogni campo della vita: economico, sociale, familiare e soprattutto filiale.

I figli di queste coppie perdono il loro ruolo di centralità e iniziano ad assolvere a ruoli che di volta in volto “servono” al genitore, a volte sono ostaggi e strumenti di ricatto o di rivalsa economica attraverso il mantenimento degli stessi. Messi al centro del conflitto tra gli adulti di riferimento vengono posti in condizione di scegliere un genitore piuttosto che l’altro, catapultandosi nel caos emotivo tra sensi di colpa, senso di perdita, abbandono e rabbia.

Accade che molto spesso le madri attuino, anche se a volte inconsapevolmente, un processo di persuasione sui figli a prendere distanze progressivamente maggiori dai padri: ci troviamo dinanzi a sempre più figli costretti a scegliere un genitore e a subire l’opera denigratoria dell’immagine intera che si ha dell’altro genitore, minando quindi la propria base sicura normalmente individuata nel padre. Il genitore che ostacola la frequentazione tra l’ex e il figlio, o il genitore che allenta la frequentazione a causa del conflitto, non solo fa vendetta di sé, ma imprime una ferita interna al figlio che difficilmente sarà risanata da adulto.

In questi scenari di grande conflittualità all’interno dei processi di separazione coniugale, come in quelli di affidamento giudiziale dei minori nati dai rapporti more uxorio, non di rado si trovano manifestazioni di rivalsa di ogni genere, rimanendo privilegiata la rivalsa sui figli minori. Per questo spesso si parla del fenomeno di “Alienazione Parentale” che coinvolge la triade madre-figlio-padre e che - molto frequentemente - vede la figura paterna come quella del genitore alienato.

Vengono così messi in atto dei meccanismi che vanno dalla campagna di denigrazione nei confronti dei padri, che passano attraverso l’estensione dell’ostilità alla famiglia del genitore “odiato”, all’appoggio automatico al genitore “amato” fino al rifiuto alla frequentazione con il genitore/padre alienato.

In queste situazioni sempre più frequenti, il minore - quando ascoltato in sede giudiziaria - motiverà precisamente il rifiuto di frequentare l’altro genitore ma saranno motivazioni solo in apparenza valide, in quanto non auto prodotte ma prese “in prestito” dal genitore alienante al quale il figlio offre una lealtà incondizionata. Tale fenomeno crea uno scenario familiare disfunzionale causato dall’instaurazione di un rapporto fusionale tra genitore alienante e figlio, in cui la figura paterna viene esclusa, resettata e ricostruita in una nuova che il bambino non riesce più a riconoscere.

Queste dinamiche relazionali padre/figli, ricordando che il genitore collocatario è nella maggior parte dei casi la madre, sono altresì generate da un concorso di circostanze: è il padre che ha subito tutta una serie di cambiamenti e riadattamenti, dal nuovo alloggio a un abbassamento del tenore di vita, e soprattutto un riadattamento del rapporto genitoriale, in quanto non condivide la quotidianità di una convivenza con il/i figlio/i.

Ovviamente queste condizioni negative si accentuano nei casi in cui la conflittualità permane e non si raggiunge uno stato di equilibrio e complicità in qualità di genitori.

Chiaramente le situazioni rappresentate fin qui riguardano e si verificano nell’ambito di quei rapporti in cui i padri sentono forte l’assenza dei figli dalla loro quotidianità, in tutte quelle situazioni in cui l’assenza diventa uno strappo, un dolore il cui unico rimedio per alleviarlo è il contatto con i figli, la ricerca di un rapporto costruttivo, affettivo ed educativo, in tutti quei casi in cui i padri vedono portar via dal tempo e dalle distanze il loro ruolo genitoriale e lottano per non farsi vincere dall’impotenza e dalla sofferenza di chi perde in partenza.

Esistono però scenari diametralmente opposti, quelli in cui le madri vedono l’ex-coniuge/compagno approfittare della distanza dovuta alla separazione per ampliarla, quelli in cui i padri fuggono dalle proprie responsabilità alla ricerca di una nuova felicità e di una libertà priva di sensi di colpa, che vivono la separazione come la fine di una pena detentiva. Nuovi Peter Pan di ogni età che scaricano responsabilità, decisioni, gestione quotidiana dei figli sulle ex, nuovi “giovani” che ritengono di avere il diritto ad una seconda esistenza nella quale c’è posto solo per sé stessi e per le proprie esigenze - qualunque esse siano -, anche se a discapito della serenità dei propri figli.

Ecco, in questi casi la separazione coincide con la liberazione da una vita affettiva cha, forse, ormai da tempo aveva perso il significato di affetto, amore, cura e presenza. In questi meccanismi reattivi messi in atto da questa tipologia di padri il rapporto con i figli sbiadisce, si allenta fino a creare distanze tali da mandare con un messaggio gli auguri per il loro compleanno, per il Natale e poi anche uno per fare un “in bocca al lupo” per il diploma e gli esami universitari. Questi padri non ricordano con certezza che scuola o classe frequentino i figli - tanto loro da scuola non li prelevano mai e di certo non vanno ai colloqui con i professori - … questi sono i padri che meriterebbero di essere chiamati con il loro nome di battesimo e non “papà” che ha ben altro ed alto significato e che implica ben altra dedizione, rinunce e sacrifici, ben altro supremo Amore.

In tutti questi fluttuanti quadri familiari ed emotivi, i segnali di sofferenza dei figli sono svariati e non dovrebbero essere mai sottovalutati: ritiro sociale, evitamento di uno o ambo i genitori, abbassamento del rendimento scolastico, incremento delle attività on-line con sconosciuti, a scapito di quelle umane, o on-line con conoscenti, minimizzazione della situazione familiare ed emotiva, comportamenti autolesionistici, comportamenti bizzarri verso il cibo (privazione o eccesso), nervosismo costante, perdita di interesse.

Riflettendo su queste due diverse tipologie paterne descritte, ovvero chi è vittima di esclusione - fino ad essere il soggetto alienato - e chi è vittima della propria immaturità, sembra evidente che residui poco spazio a rapporti equilibrati padri/figli, forse semplicemente perché dalle crisi e dalle fratture di coppia sono i genitori per primi coloro che ne escono squilibrati e, conseguentemente … per quante bandiere si possano alzare in nome del rancore, della rivalsa reciproca, della strumentalizzazione dei bambini, dello scontro per il primo posto sul podio del migliore madre o padre dell’anno, sempre la stessa bandiera viene abbattuta e questa è la bandiera dei più deboli, quella dei figli.

Infine a ciascun padre ed a ciascuna madre voglio ricordare poche righe estratte da “Il Profeta” di Kahlil Gibran che esprimono il senso profondo del più grande Amore che potranno mai provare:

I vostri figli non sono i vostri figli,

sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per sé stessa.

Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,

E benché vivano con voi non vi appartengono

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri”…

Avv. Monica Cassetta

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