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Intervista all'Avv. Aurelio Padovani

Buongiorno avvocato, per prima cosa La ringraziamo di averci ospitato nel Suo studio per questa intervista alla rivista “Dimostrare”. Come tutte le volte noi iniziamo le interviste agli Avvocati partendo dalla storia del perché hanno scelto di intraprendere questo tipo di professione e magari se c'è qualche aneddoto o motivo che può spiegare la Sua passione, perché alla fine il professionista è fondamentalmente un appassionato dell’attività che svolge, prima ancora che un “lavoratore”.

Sì mi ricordo che da bambino ero sempre portato a schierarmi contro le ingiustizie. Ero uno che non riusciva a tacere quando vedeva qualche cosa che non andava. Poi ho riflettuto anche su una serie di scelte che ho fatto nella vita.

Per esempio, io ho giocato a pallone e calcetto, anche a buoni livelli, nel ruolo di portiere. Quindi ero e rappresentavo l'estremo difensore.

Anzi a questo proposito vi faccio presente che conservo una cosa a me cara, che è una fotografia che è stata scattata, ahimè, circa 20 anni fa, nella quale io ero il portiere appunto, l'estremo difensore! Però le persone che giocavano con me erano persone davvero brave, perché si parla di Giannini, di Chierico, di Bruno Conti, Desideri, Cervone e poi il mio amico e cliente Roberto Pruzzo. Questa foto è stata scattata in occasione di un derby contro la Lazio ed è una delle piccole tante soddisfazioni che mi sono preso come difensore, continuando nel tempo comunque anche dal punto di vista sportivo a fare il difensore.

Sì, sì, l'Avvocato è l'Avvocato difensore!

Poi ho pensato anche altre cose su questo tema. Il mio idolo da bambino era Tex Willer, il difensore degli oppressi e quindi, insomma diciamo, che probabilmente è stata una conseguenza fare l'Avvocato.

Non è estranea neanche la figura di Perry Mason, che è colui che difende i casi impossibili. Poi, l'esperienza mi ha dimostrato che di casi impossibili nella vita di un avvocato ne capitano al massimo un paio, il resto è più una difesa tecnica che viene attuata dai colleghi penalisti, ma è una materia che non tratto.


Lei di cosa si occupa?

Io mi occupo di civile e in materia civile mi occupo di separazioni, divorzi, diritto di famiglia, ma anche di diritto commerciale.

In questo periodo inoltre mi sto occupando molto del tema della diffamazione, in particolare a mezzo stampa, ma non solo!

Sto affrontando alcuni casi, uno dei quali riguarda l'attrice Enrica Bonaccorti la quale nel corso di una trasmissione con Barbara D'Urso ha avuto un battibecco con la showgirl Elena Morali. A questo battibecco è seguita la pubblicazione di immagini oscene che la Morali ha impropriamente riferito a Enrica Bonaccorti. Da questa pubblicazione è scaturito un giudizio che pende tutt'ora davanti al Tribunale di Roma e i cui esiti saranno noti nel 2022. Perché i tempi della giustizia sono abbastanza lunghi.


Dal punto di vista della diffamazione, com'è cambiato il rapportarsi delle persone rispetto a tutti gli strumenti che abbiamo oggi a disposizione, quali i social media e internet in generale? Oggi si possono creare facilmente dei video e la comunicazione è lasciata molto alla al singolo, il quale magari non viene da esperienze di giornalismo e non conosce la deontologia di quella professione. In che modo ciò ha impattato sulla materia della diffamazione?

Purtroppo, da questo punto di vista, noi abbiamo a che fare con un codice vecchio, perché quando è stato redatto il Codice penale c'erano a malapena i giornali.

Adesso invece, esiste un diluvio di social. Penso a Facebook, penso a Instagram, ma penso anche a WhatsApp e a tutti i mezzi che possiamo usare. E questo accesso indiscriminato alla comunicazione da parte persone impreparate, persone normali, ha creato danni enormi.

Non voglio ora citare l'illustre precedente di Tiziana Cantone, quella ragazza che si suicidò in seguito alla pubblicazione delle sue immagini oscene, fatta non si è capito bene se dal fidanzato o da qualcuno che voleva comunque sfruttarne l'immagine pubblica, però è un dato di fatto per esempio per potremmo parlare del “revenge porn”, che è un fenomeno del tutto nuovo. Gente che pubblica immagini girate in intimità relative a persone con le quali ha interrotto il rapporto e lo fa per vendicarsi.

Anche questa insomma è una fattispecie nuova, nei confronti della quale si è provveduto giuridicamente.

Ma i Giuristi esperti parlano di “danno indelebile”, perché è un danno che si verifica nella rete e che rimane sempre, perché è praticamente impossibile far sparire le immagini che comunque in qualche modo riaffiorano.

Quindi, insomma è una fattispecie piuttosto delicata, molto delicata.

Io poi ho avuto la disgrazia, lo devo dire, di occuparmi di un caso di pedopornografia. Si tratta di un fotografo che è stato arrestato e purtroppo, una delle vittime di questo fotografo era la figlia di un amico. Poi ho avuto la disgrazia di vedere più di tremila/quattromila immagini che non mi hanno fatto dormire per una settimana. Spero solo che almeno le persone che siamo state riprese abbiano trovato la forza di far cicatrizzare quelle ferite morali, che sicuramente sono rimaste.


Da un punto di vista normativo, Lei ritiene che esista una strada che può essere seguita, oppure in questo momento brancoliamo nel buio?

Io ho una mia personale opinione! Io purtroppo dico che in Italia conviene delinquere. So che sto utilizzando un'espressione forte, perché purtroppo per determinate situazioni il codice è troppo indulgente e probabilmente questa è stata una di quelle situazioni. Perché la condanna che è stata combinata, secondo me è stata troppo bassa rispetto a quello che avrebbe potuto essere la sua reale entità. Perché si parla di gente che, per tragiche deviazioni mentali, ha rovinato la vita di tante persone. E di gente che potrebbe rientrare, se già non l'ha fatto, nella società e provocare ulteriori danni.

Siamo vittime di un codice inadeguato, sia anche di un'erronea riforma riguardante le persone che hanno deficit mentali. Penso alla Legge Basaglia che purtroppo è stata il frutto di un un'ideologia che in quel periodo imperversava.

Ho parlato anche con delle persone che l'hanno sostenuta e hanno detto che ne è stata fatta un'applicazione incompleta, perché la Legge Basaglia comunque prevedeva dei centri di recupero.

Perché è un dato di fatto che la cronaca purtroppo ci riporta drammaticamente alla realtà. Penso al caso del bambino di quattro anni che aveva un domestico in non sane condizioni di mente. Sappiamo tutti com'è finita!


Appare evidente, l’incapacità del legislatore di comprendere il mondo nel quale stiamo vivendo. Prima di realizzare questa intervista stavamo parlando di un caso particolarmente interessante al quale è legata una sentenza del tribunale che potrebbe rivelarsi devastante.

Facciamo una breve premessa in tema di diritto di cronaca. Ci sono tre elementi che il giornalista deve rispettare.

Anzitutto la verità di quello che viene affermato. Quindi occorre esporre tutta la verità della vicenda e non solo una parte, quella che più o meno aggrada.

In secondo luogo vi dev’essere un interesse pubblico alla diramazione della notizia. Se parliamo di un uomo politico, di un uomo di spettacolo, allora è chiaro che sono gli inconvenienti della notorietà. Ma se parliamo di pubblico di privati cittadini non c'è questo interesse pubblico.

Il terzo, è la correttezza dell'esposizione che andrebbe svolta senza “prendere parte”. Il giornalista ideale non è quello che esprime la sua opinione. Il giornalista ideale è colui che racconta i fatti, descrive gli eventi per come stanno e si sforza di arrivare il più possibile vicino alla verità. Dopodiché, esprime le sue considerazioni e lascia che il lettore faccia le sue.

Bene o male, la giurisprudenza ha sempre marciato su questi binari. Con oscillazioni in qualche caso, perché ad esempio non è stato ritenuto diffamatorio definire “sciacallo” un nodo politico della Lega, ma al contempo lo stesso politico è stato assolto dal reato di offesa alla magistratura avendola definita “una schifezza e un cancro da estirpare”.

Insomma, c’è una sorta di oggettiva incertezza nell'applicazione del diritto in Italia.

Poi ci sono sentenze come questa del Tribunale di Brescia del 2020. La parte che ha agito per il risarcimento ha parlato di una campagna di stampa denigratoria. Cioè questa sentenza che negli anni ha descritto la vicenda, ha utilizzato termini violentissimi. Ha parlato di “lager”, ha parlato di “setta”, di “santona”, ha parlato di “violenza sessuale”.

La vicenda è iniziata nel 2004 e si è conclusa nel 2014, con l'assoluzione per prescrizione o perché il fatto non sussiste. Ragione o meno, gli imputati sono andati assolti e quindi sono esenti da qualsiasi colpa e hanno agito per il risarcimento dei danni questo risarcimento che è stato loro negato. Le motivazioni del Giudice di Brescia secondo me sono in grado di scardinare tutto questo sistema del quale abbiamo parlato, perché il Giudice di Brescia afferma che per via della situazione attuale, essendoci una forte competizione sul mercato e avendo il giornalista la necessità di catturare l'attenzione del lettore per sottrarlo agli altri lettori, l'utilizzo di determinate espressioni seppur violente può essere giustificato.

Con il drammatico risultato che chi come me, ma penso la quasi totalità dei lettori, da uno sguardo ai titoli perché purtroppo pochi hanno il tempo di approfondire notizie, si fa un'idea della vicenda che non è poi quella che è riportata nel corpo dell'articolo. Perché c'è il titolo scandalistico, c’è il commento e poi magari nell'ultima riga si scrive: “però le indagini proseguono”.

Quindi il giornalista “si è messo a posto”, se non con la coscienza, quantomeno con la legge.

Però rimane l’impronta negativa. Cioè quel vecchio detto popolare “insulta, insulta qualcosa resterà!

Togliersi di dosso un'onta del genere non è proprio facile e torniamo al discorso del “danno indelebile”.

Pensiamo a Girolimoni. È tuttora chiamato “il mostro di Roma” eppure il povero Girolimoni sembra che fosse assolutamente innocente, e sembra che il colpevole fosse il figlio di un gerarca che era stato coperto dalla polizia.

È questo il problema vero legato al mondo della diffamazione. Rimarrà sempre un’ombra, un dubbio, un qualcosa. La diffamazione è una brutta bestia!

Ho in corso anche un'altra causa per diffamazione, che riguarda anche questa un'attrice. Stiamo parlando di Barbara De Rossi la quale ha avuto una storia con un losco figuro, tale Manfredonia. E questo “bel tipino” ha avuto l'idea di andare a rivolgersi ad Alfonso Signorini e ad un altro giornale scandalistico, i quali hanno poi pubblicato un'ampia relazione dove Manfredonia diceva per esempio: “facciamo l'amore anche 89 volte al giorno”, “che però lei era gelosa”, tutte, tutte circostanze diffamatorie. Il giornalista, anzi i giornalisti, perché sono due le riviste che hanno regalato gli articoli, si sono ben guardati dall’adempiere al loro dovere di informazione corretta in quanto avrebbero dovuto chiamare la Signora De Rossi e chiederle conto. Quantomeno pubblicare una risposta. Invece questa è una prassi che è ormai inveterata da parte dei giornali scandalistici. Pubblicano la notizia bomba, fanno il colpo, lo scoop e ovviamente vendono tante copie, ma lo fanno sulla pelle della gente. Diciamo che nel caso di Barbara De Rossi, il tempo ha fatto giustizia. Perché il Signor Manfredonia è stato ospite delle patrie galere, si è reso irreperibile ed ha dimostrato di essere il personaggio discutibile che fin dall'inizio, questa Difesa aveva dipinto.

Resta il fatto che la sua voce è stata diffusa per tutta quanta l'Italia da queste riviste scandalistiche e qualunque sia l'indennizzo che verrà corrisposto, resterà sempre su Barbara De Rossi l'onta di essere una donna gelosa e di tutto il resto.


Parlando dal punto di vista della comunicazione e non da un punto di vista giuridico, nella diffamazione si muovono degli elementi che poi vengono sovrascritti nella mente dell'opinione pubblica e che non andranno mai più via. Per questo motivo il legislatore appare è molto lontano dalla realtà e forse, talvolta i giudici non si rendono conto del danno reale che una diffamazione può procurare, soprattutto a mezzo stampa.

È verissimo! Perché va detta anche un'altra cosa.

Teniamo presente che una causa civile dura in media nove anni per i tre gradi di giudizio. Dai nove ai dodici anni può durare tranquillamente. Ottenere giustizia alla fine di questo percorso, è una soddisfazione tal volta solo economica. Perché comunque si era formata quest'idea nell’opinione pubblica.

Ma la lentezza dei giudici, non è solo dei giudici ma anche del legislatore. Ciò che è più triste è che non si guarda alle esperienze estere. Negli Stati Uniti, per esempio, sono molto più attrezzati verso queste problematiche, poiché da decenni hanno ormai ideato la figura dei “danni punitivi”, cioè una vera e propria sanzione civile che viene comminata a chi commette un illecito civile, quale per l’appunto la diffamazione. Si tratta di sanzioni pesantissime.

È un fatto notorio che gli avvocati americani siano i più costosi del mondo. Ma ciò è anche consentito da un sistema che rende economicamente conveniente rivolgersi a loro, perché i risarcimenti che vengono corrisposti sono egualmente elevati. In Italia…


Grazie Avvocato Padovani per l’interessante intervista.

Io sono molto contento di avervi ricevuto qui come miei ospiti.

È stato un piacere parlare con Voi. Seguo la rivista, seguo Luca D'agostini che è bravissimo sia come investigatore che come editore e quindi spero che Voi possiate continuare, perché rendete un servizio davvero importante. E spero che riusciate a diffondere ancora di più la vostra voce. Preannunciamo che dal prossimo numero inizieranno a collaborare con la rivista anche le mie due colleghe e collaboratrici più strette: l'Avvocato Di Vincenzo e l'Avvocato Monaco, in ordine rigorosamente alfabetico.

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