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Intervista all’Avvocato Leopoldo Muratori

Buongiorno Avvocato, ci può in sintesi raccontare la Sua storia professionale?

Buongiorno a Lei, buongiorno a tutti. Grazie per la domanda. Semplice la mia storia professionale: è il frutto di scelte. Mi sono laureato in giurisprudenza a La Sapienza e mi sono trovato di fronte a un bivio: come soddisfare quella mia voglia, quel mio desiderio di stare accanto al sociale. Sono stato fortunato perché ho iniziato in uno studio che si occupava di cause di lavoro, ho avuto un approccio molto molto interessante con un mondo che mi piaceva, e da lì piano piano ho affinato quelle che sono le mie sensibilità fino ad arrivare al cosiddetto “diritto di famiglia” e quindi occuparmi completamente ed esclusivamente a questo tipo di missione. Perché credo sia importante vivere la propria professione come una missione.


Nell’ambito del diritto di famiglia, un ruolo molto delicato nel quale si inserisce la figura dell’avvocato, è quello dei rapporti padre/figli. Può rappresentarci brevemente, il quadro normativo nel quale un avvocato è tenuto ad operare?

Si, Lei tocca un punto importante di questo modo di gestire la propria professionalità. L’avvocato nei rapporti di separazione, nei rapporti che coinvolgono sentimenti, che coinvolgono fallimenti, deve essere un osservatore capace di prendere per mano il proprio cliente, e con l’ausilio anche del collega di controparte – brutta la parola “controparte”, ma tecnicamente così è – per arrivare a una soluzione della conflittualità che tenga conto delle capacità di ognuno dei due di ricostruire la propria vita. È un passaggio importante la separazione, che determina non solo il proprio futuro, ma soprattutto quando ci sono i figli, il futuro dei figli.

La gestione della conflittualità è importante perché deve indurre il padre e la madre a lasciare alle spalle la propria dimensione di coniugi delusi e traditi l’uno dall’altro e pensare esclusivamente all’interesse superiore dei bambini, dei propri figli, perché ci si separa come coniugi ma si rimane genitori per sempre. È una frase che potrebbe sembrare di circostanza, in realtà racchiude l’essenza del nostro modo di svolgere la professione. Cioè, porgere alla coppia l’importanza di non dimenticare di essere genitori.

In realtà ci aiuta in questa attività una normativa che pone i bambini al centro delle vicende familiari dei due coniugi. Pensiamo alla Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che è stata ratificata in Italia nel 1991, ma soprattutto alla Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori, che l’autorità del Garante per l’infanzia e l’adolescenza, in questo momento diretto dalla Dottoressa Filomena Albano, un magistrato che ho avuto il piacere di conoscere nelle aule del Tribunale di Roma, ha individuato alcuni punti essenziali al fine che la separazione non riverberi effetti negativi sui figli.

I figli hanno il diritto ad avere entrambi i genitori. Questo è lo scopo della missione!


Per la Sua esperienza, quali sono le difficoltà per un avvocato nel gestire i rapporti padre/figli nel contesto di una separazione?

Si è vero il padre è colui che è penalizzato in quanto la bigenitorialità, l’affido condiviso, che è un principio per il quale noi ci siamo battuti e continueremo a batterci, in realtà può anche diventare solo un simulacro, nel senso che la collocazione del figlio presso uno dei genitori invece dell’altro, e una distribuzione non paritaria del tempo di permanenza di un figlio con l’altro genitore, può di fatto conculcare questa bigenitorialità e porre l’altro genitore, il genitore non collocatario in una condizione di svantaggio.

Aggiungiamo a questo, la cattiveria di vendicarsi dei torti subiti utilizzando i figli, cattiveria che è comune ad entrambi, non è una questione di donna o di uomo, è un qualcosa che parte dal proprio intimo, dalla necessità di soddisfare un senso di giustizia che si ritiene dover avere a tutti i costi. Se noi partiamo dal presupposto che i figli sono un bene, allora vediamo che i diritti del papà dovrebbero essere modulati nella stessa maniera di quelli della madre. E concretamente!

Qual è la difficoltà per un avvocato che ha davanti un padre? Far capire prima di tutto che i figli non sono un oggetto. Toglierlo da quel circolo vizioso che è sintetizzato in: “mia moglie utilizza i figli contro di me, io utilizzo i figli contro di lei”. Quella che noi chiamiamo ed auspico diventi presto un brutto ricordo: la triangolazione dei figli.

Vivere la propria genitorialità libera dalla conflittualità della separazione è il primo passo che il padre deve compiere. E il mio sforzo è prenderlo per mano e portarlo in questa direzione.

Poi occorrerà affrontare le problematiche concrete, la durezza di qualche madre, di molte madri, nel voler rispettare le regole dettate dal Tribunale in assenza di accordo, dimenticando che quelle regole sono state in realtà dettate per il bene dei figli e non per penalizzare uno dei due genitori.

La sensibilità dei magistrati del Tribunale di Roma, che è quello che io frequento e conosco, è tale che loro antepongono a tutto questo l’interesse supremo dei fanciulli ad avere entrambi i genitori. E noi avvocati dovremmo e ci sforziamo - soprattutto quelli che ormai da tempo hanno fatto proprie certe sensibilità – realizzare questo obiettivo.


Secondo Lei esiste una condotta morale, da parte dell’avvocato, dei genitori e dei figli, che dovrebbe fungere da faro nel gestire le criticità che una crisi familiare come questa può comportare?

È una domanda anche questa molto interessante. Lei mi insegna che la moralità è soggetta all’evolversi dei tempi. Molte volte la calpestiamo perché decidiamo di sposare una causa invece che un’altra e quindi adattiamo quel nostro “sentire” alla convenienza del momento.

Nel diritto di famiglia, niente di peggio che vedere la controparte come un nemico. Nel diritto di famiglia non vince nessuno! In una separazione, in un divorzio, ci sono solo persone sconfitte! Non ci sono vincitori! Chi dice “affidati a me, perché vinceremo sicuro!”, sta tradendo il giuramento che abbiamo fatto.

La moralità, se di moralità vogliamo parlare, sta nel rispondere alla propria coscienza e nel tenere ben chiara la fiamma della distanza tra la vittoria processuale ed il rispetto della dignità delle persone. È fondamentale nel diritto di famiglia avere il rispetto della dignità di entrambi. Anche se la storia è finita, anche per una storia volgare – lo possiamo dire, questa rivista non andrà in distribuzione ai minori – per una storia di sesso. “Ho trovato mio marito nel mio letto insieme ad un’amante!”. Si stigmatizza tale comportamento, ci vorrà molto tempo per rimarginare la ferita perché tutto il mondo ti crolla addosso, però il tuo interesse dev’essere permettere ai tuoi figli di avere un padre.

È chiaro, che se il comportamento di quel padre con la sua amante coinvolge il corretto sviluppo psico-fisico del minore, allora in quel caso l’interesse è di evitare che il padre continui in quel comportamento. Perché quel comportamento danneggia i figli.

Io sono contrario all’immediato allargamento delle famiglie. “Ho trovato l’amore della mia vita e adesso te la faccio conoscere!”. Sostituire la madre con la nuova compagna è una visione egoistica del rapporto con il figlio, che noi abbiamo il dovere di combattere.

La prima cosa che dico alla persona che si affida a me è la seguente: “Lei pensi con la testa di Suo figlio. Non lo metta nelle condizioni di dover scegliere. Sia solamente il genitore!”.


Il rapporto tra padre e figli in un contesto di separazione, quali effetti comporta o dovrebbe comportare sulla strategia sia di un legale, che di entrambe gli avvocati?

Sono due binari paralleli. Vediamo la separazione dl punto di vista della crisi familiare. Le cause della separazione, le ricadute sugli effetti economici.

C’è una strategia processuale. Cerco di evitare una pronuncia di addebito nei confronti del cliente. Cerco di sdrammatizzare gli elementi conflittuali. Cerco di prendere per mano il cliente e di portarlo ad una soluzione pacifica della vicenda che tenga conto anche delle ricadute economiche. Perché le separazioni hanno anche un altro riverbero negativo sulla vita di tante persone. Un nucleo familiare può anche sopperire alle tante esigenze quotidiane con l’apporto di entrambe i coniugi, ma quando quel nucleo familiare si rompe e rimangono obblighi economici, nei confronti dei figli, nei confronti di un coniuge che è parzialmente più debole, l’altro coniuge, quello che è obbligato, diventa improvvisamente povero.

Non è la sicurezza della casa che più non ha e che deve lasciare affinché i figli possano vivere dove sono nati e continuare a crescere con le aspettative che nutrivano quando i genitori stavano insieme, è vedere il proprio portafoglio, il proprio conto corrente svuotarsi. E si apre una crisi: “Avvocato, io non ce la faccio! Io non posso! Con che mangio?”. Ed è così! È vero! Pensi a un impiegato medio, che deve far fronte alla rata del mutuo, all’assegno perequativo per i figli. Con che va avanti?

Questa è la strategia processuale. Poi però entra in gioco quella che dicevo prima. Devi convincere entrambi i genitori che i figli non sono loro ostaggi. I figli hanno diritti ed hanno il diritto di avere entrambe i genitori. E i genitori hanno il dovere di rispettare questo diritto, è il principale dovere che hanno. Qui non c’è strategia processuale. Si tratta di avere un obiettivo e avere l’intuizione di capire quale può essere lo strumento, o gli strumenti, per condurre a questa soluzione il genitore, o entrambi i genitori.

Io ho la fortuna, quasi ciclica, di avere colleghi di controparte che la pensano come me, quindi è tutto più facile. Mi è capitato di averne altri con i quali c’è una barriera emotiva che mi impedisce di dialogare con loro. Mi sforzo nell’interesse dei nostri assistiti ed anche questa è strategia processuale. Perché mi verrebbe tanta vogli di dirgli: “ti auguro di non provare mai ciò che stai facendo provare a questo padre, o a questa madre!


Nell’ambito del diritto di famiglia, quale importanza riveste la specializzazione dell’avvocato?

Io piuttosto che di specializzazione preferisco parlare di approccio specialistico alla materia e la differenza è rappresentata dalla sensibilità. L’avvocato che ha deciso, per sua scelta, di occuparsi di diritto di famiglia, di occuparsi delle vicende private di altre persone, spesso dolorose anche per lui perché possono essere un ricordo del proprio vissuto – è raro oggi non avere alle spalle una separazione – deve mettere a sua disposizione prima e poi di chi si affida a lui, una complessità di conoscenze e di sensibilità costituite da un approccio psicologico e da un approccio umano.

Nelle cause di separazione, ma in realtà in tutte le tipologie di cause, non c’è un “vuoto fascicolo” e un numero di ruolo generale. Ogni fascicolo ha dentro di sé sentimenti, storie, vissuti anche traumatici, abusi, violenze domestiche. C’è la vita di una persona! E qui, secondo me, entra in gioco la sensibilità che fa la differenza.

Poi è un continuo aggiornamento. Il diritto di famiglia è un diritto “fluido”, non è una regola astratta e valida per ogni tipo di contratto. Il diritto di famiglia segue l’onda della giurisprudenza. Segue l’onda della sensibilità degli operatori di diritto, delle necessità che si vengono ad incontrare man mano che si va avanti nella causa.

Tant’è, che noi quando precisiamo le conclusioni, nelle cause ordinarie c’è un termine che è quello delle memorie oltre il quale non si possono modificare tali conclusioni.

Nel diritto di famiglia, le conclusioni relative alla collocazione, al rapporto tra i genitori, sono in continuo movimento.

Non è detto che se io ho chiesto l’addebito e gli incontri protetti, non possa poi attraverso l’opera sapiente del magistrato, attraverso l’aiuto sapiente del consulente tecnico d’ufficio, dei professionisti ai quali ci affidiamo, non arrivare a dire: “chiedo che i genitori condividano l’affido”.

E quindi è una questione di sensibilità. Questa è la vera specializzazione a mio avviso! Personalissima!


Quali altre figure, professionali e non, intervengono nella gestione del rapporto padre/figli, durante tutto il periodo inerente alla causa di separazione?

L’ho detto adesso. Guardi è importante la collaborazione tra avvocati. Avere lo stesso idem sentire. Avere lo stesso obiettivo.

Poi tutte le figure di riferimento quando i genitori non riescono a trovare un accordo. Per loro limiti, per incapacità degli stessi avvocati. Per una conflittualità così repressa che gli impedisce di togliere il velo dagli occhi e vedere che gli interessi di questi ragazzi sono superiori al proprio desiderio di vendetta. E allora qui entrano i consulenti, i mediatori familiari, gli avvocati di diritto collaborativo. Il magistrato!

Il magistrato è secondo me una figura di riferimento molto importante. Perché il magistrato è colui che può capire qual è la sintesi, poiché per quanto noi ci sforziamo ad essere terzi rispetto a questo problema, comunque siamo legati da questo cordone con il cliente, con il genitore cliente.

Perché per quanto noi possiamo sentire forte questo principio: “L’avvocato non è un semplice strumento e nuncius di tutte le pretese, tesi, intenzioni del cliente, ma ha e deve avere un suo margine di autonomia nel vagliarle, discernere tra esse, valutarne consistenza e decorosa difendibilità, arte difficile senza dubbio, ma nobile”. Anche se questo può esser il nostro mantra che regola la nostra professione, noi abbiamo un legame con il cliente e quindi abbiamo la necessità di appoggiarci ad un terzo che ci supporti e ci aiuti in questa opera. E il magistrato è importante.

Come è importante anche il consulente. Molte cause assumono aspetti poco piacevoli per l’uno o per l’altro genitore perché il consulente esce fuori da quest’opera di collaborazione e riconciliazione. Esprime un giudizio. Spesso un pregiudizio legato alle proprie necessità, alle proprie storie. Ne ho trovati, potrei raccontarne di storie di questo tipo. Il consulente che riesce a diventare ponte anche lui verso la genitorialità, rappresenta uno strumento importante.

Il mediatore familiare, la mediazione, quel desiderio di far uscire fuori il non visibile, il nascosto e farlo divenire realtà, rappresenta un ottimo aiuto.

Anche i servizi sociali ai quali viene affidata una responsabilità in caso di estrema conflittualità, potrebbero rappresentare un ottimo supporto. Dico “potrebbero”, uso il condizionale perché le mie esperienze con gli assistenti sociali non sono state delle migliori, e non me ne vogliano se alcuni di loro leggeranno o ascolteranno questa intervista.

Io li capisco! Pochi, sovraccarichi, mancanza di mezzi, strutture e professionalità non supportate da normative adeguate, però anche in questi casi, se ragionassero con il cuore, anche i membri dei servizi sociali potrebbero rappresentare uno strumento importante per rendere vera la bigenitorialità.

Mi è capitato un caso in cui sono entrato in sintonia con un’assistente sociale e abbiamo recuperato un rapporto genitoriale con la madre, che era compromesso dalle scelte della madre stessa. Ed io assistevo la madre. E’ stato un bel lavoro sinergico con il magistrato che avevo il piacere di conoscere e il quale ora è in Cassazione, ma che sapeva qual era la mia missione per averla già letta tra le carte che avevo presentato, e con questo assistente sociale il quale aveva compreso che lo spirito che mi animava era quello di prendere per mano questa signora e fare uscire in lei quell’istinto materno che aveva edulcorato, aveva lasciato nel dimenticatoio, per seguire l’amore della sua vita. Anche se era molto legata ai figli e soffriva. Però era di fronte ad una scelta razionale e seguendo la razionalità aveva perso il rapporto con i propri figli.


Omettendo qualsiasi riferimento che possa ricondurre all’identificazione delle persone, ci può raccontare qualche Sua esperienza professionale che l’ha gratificata?

Si, una è questa: una signora si rivolse a me, già in fase di consulenza, per dei provvedimenti presidenziali disastrosi, casa familiare di sua proprietà assegnata al marito perché ci vivesse con i figli i quali gli erano affidati, assegno perequativo nei confronti dei figli al marito con una diversità economica tra l’altro favorevole al marito.

Il magistrato aveva compreso che doveva spronare la signora. Non erano provvedimenti punitivi, erano un campanello.

Io mi ricordo, si è seduta qui, piangeva, piangeva, piangeva. Perché poi lei i suoi figli li poteva vedere solo in un contesto protetto. Lei aveva fatto una scelta tipo quella che accennavo prima e che io personalmente non condivido. Si era innamorata di un altro uomo, aveva abbandonato il marito, aveva immediatamente messo in casa il suo nuovo compagno. Quell’uomo di cui si era innamorata lo riteneva l’amore della sua vita, e lo è perché dopo tanti anni sono ancora insieme. Però, lo aveva messo subito a contatto con i figli di piccolissima età.

Il padre si risentì di tale comportamento. Ma era ovvio che ne risentissero anche i figli. Il giudice allora diede un input. Quei provvedimenti erano un fine. Feci comprendere alla signora quel fine. Lavorai con lei e con lo psicologo nei limiti della rispettiva riservatezza, comunque alla fine ottenemmo che i figli fossero affidati a lei con il consenso del padre.

Però mi consenta di tornare alla questione morale di cui parlavamo precedentemente. C’è un’azione che va evitata assolutamente. L’avvocato non deve avere contatto con i figli del proprio e della propria cliente.

Anche se un cliente o una cliente si reca dall’avvocato con il figlio o con i figli perché non sa dove lasciarli, l’avvocato deve, deve, lasciare i figli fuori nella sala d’aspetto. Offrirgli un gelato se c’è la possibilità, un foglio sul quale disegnare, ma mai avere contatti con i figli dei suoi clienti.

I figli hanno il diritto ad essere ascoltati. È previsto dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, ma soprattutto dalla Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori, ma non devono essere veicolati dai genitori e dai legali. Questo comportamento è quello che più aborro! Tale comportamento dovrebbe essere punito con la radiazione, perché risponde a un desiderio egoico di supremazia personale dell’avvocato.

Un’altra storia che posso brevemente raccontarle è anche questa legata al recupero di genitorialità. Anche in questo caso assistevo la madre. Il marito della cliente, andò a prendere la moglie e figli al termine di una vacanza, lì portò a casa, disse che si recava a comprare le sigarette ma non fece ritorno. La donna nel frattempo stava sistemando i propri vestiti nell’armadio e notò che il guardaroba del marito era completamente vuoto.

Il padre è scomparso dalla vita dei suoi figli per oltre dieci anni. La signora si rivolse a me in sede di divorzio, che suo marito aveva richiesto. L’uomo lamentava una mancanza di rapporti con i figli a causa del comportamento della moglie, ma la realtà era che la madre aveva supplito alla carenza del padre, per demerito ed assenza dello stesso.

In prima battuta, in sede presidenziale, riguardo queste difficoltà il giudice dispose l’audizione dei figli. Quando ebbi le trascrizioni rimasi molto colpito perché il figlio più grande, colui che aveva subito il trauma maggiore di questo abbandono, disse: “Io a papà auguro ogni male per via di tutto il male che ci ha fatto!”.

Tornando alla strategia processuale, di fronte ad una situazione del genere mantieni una linea dura e chiedi l’affido esclusivo. In cuor mio, auspicavo e chiesi una consulenza, perché contavo con la consulenza di gestire questa conflittualità.

Sono stato fortunato, la consulente era una persona con molta sensibilità, con il collega abbiamo trovato un’intesa, abbiamo lavorato per questo recupero genitoriale, la durezza della madre per questo vissuto difficoltoso l’ho stemperata aiutando la signora a comprendere quei principi di cui ho parlato prima, e alla fine questo rapporto padre figlio, anche se molto tardi, è stato ricostruito. Questa per me è stata la soddisfazione più grande. Aver permesso a questo ragazzo di recuperare qualcosa che l’ottusità dei suoi genitori - di entrambi perché si sbaglia in due – gli aveva tolto: il diritto di avere entrambi i genitori.

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