L'educazione dei figli, l'abuso dei mezzi di correzione e i maltrattamenti in famiglia

"Pueri et naves posteriora ducuntur"...

Anni fa un mio conoscente, all’epoca studente modello ed ora saggio uomo di Chiesa, mi lasciò questo aforisma. Io lo tradussi (ad capocchiam, come mio solito) "i bambini e le navi si guidano dal posteriore". Il messaggio, in latino non maccheronico, riguardava l'importanza educativa di un sano sculaccione, che non ferisca oltre il lecito la sensibilità del minore e non lasci alcuna traccia sul suo fisico. Sono andato a vedere chi fosse l’autore e con mia enorme sorpresa non ho trovato alcuna traduzione su Internet, né tantomeno qualsiasi riferimento. Non sapendo se imputare questa lacuna a responsabilità mie o della rete, ho cominciato a chiedere in giro ad altri illustri latinisti, ma nessuno è stato in grado di fornirmi gli opportuni chiarimenti.

Inaspettatamente però dalle ricerche sono emerse moltissime tracce sia di crudeltà, sia dell'antiquata mentalità educativa che pretendeva di risolvere problemi solo con l'uso delle mani. Peggio ancora, la violenza educativa era un metodo più volte praticato in tante culture diverse.

Vogliamo per esempio parlare di Sparta? I genitori non avevano neanche il diritto di allevare i figli, ma dovevano farli esaminare agli anziani. Costoro decidevano le sorti del minore: se era sano e robusto ne disponevano l'allevamento (!) e gli assegnavano in anticipo una porzione di terreno demaniale; se invece lo trovavano inadeguato, ordinavano che fosse gettato in una voragine detta Apotete. Secondo loro non conveniva né alla comunità né al bambino stesso che fosse lasciato crescere per restare sempre debole e dal fisico infelice.

Analogamente a quanto visto con i neonati orchi Uruk-hai nella trilogia del “Signore degli Anelli”, i ragazzi selezionati venivano allevati alla violenza. Gli adulti assistevano ai loro esercizi e tornei, a volte provocando di proposito zuffe e ostilità fra i giovani per saggiarne il coraggio e l'aggressività negli scontri. Di istruzione avevano solo quel minimo che era necessario per la vita; il resto era disciplina, sopportazione dei disagi e attitudine al combattimento.

A Roma le cose andavano appena meglio: appena uscito dal grembo materno, il neonato veniva preso dalla levatrice e posto sul suolo della casa, davanti al padre. Se era maschio, figlio della moglie legittima e il padre era deciso a tenerlo, lo sollevava da terra. Se invece era una femmina, il padre ordinava semplicemente di nutrirla. Un padre poteva anche decidere di non volere il figlio. L’eliminazione riguardava tutti i neonati gracili, deformi o con segni di deficienza. Ogni mostruosità fisica veniva considerata un segno di animalità. Non c’era rabbia nei confronti dei deformi, spiegava Seneca, semplicemente "bisogna separare ciò che è valido da ciò che non può servire a nulla".

Anche neonati del tutto normali potevano essere abbandonati perché la famiglia era troppo povera per allevarli, o perché il padre non voleva dividere il suo patrimonio fra troppi eredi, oppure, come spiegava Plutarco, "per non vederli degenerare a causa di una educazione mediocre che li porrebbe al disotto della dignità e del livello sociale".

Il pater familias aveva potere di vita e di morte su domestici, schiavi e anche sui parenti. Fino ai sette anni era la madre ad occuparsi dei figli, maschi e femmine. Dopo di che le figlie restavano con la madre, mentre i maschi cominciavano a seguire il padre nelle sue diverse occupazioni, a seconda della condizione più o meno agiata dello stesso.

Un altro esempio? L'arciduca Rodolfo Francesco Carlo Giuseppe, primo e unico figlio maschio dell'imperatore Francesco Giuseppe e dell'Imperatrice Elisabetta (la famosa Sissi, resa immortale da Romy Schneider). Il povero arciduca subì un'educazione follemente militare, per non dire criminale. Il bambino, seppur molto piccolo, veniva sottoposto a prove di resistenza come il rimanere sotto la pioggia e al freddo per delle ore, oppure venendo svegliato nella notte con colpi di pistola fuori dalla sua porta, oppure abbandonato nei boschi di Linz per fargli vivere sensazioni ed esperienze che avrebbero dovuto temprarlo come uomo e aiutarlo a crescere come soldato. Come escludere che la tragedia di Mayerling non possa avere le proprie radici in un contesto educativo del genere?

E veniamo all'attualità: una cosa è l'educazione, un'altra l'abuso dei mezzi di correzione ed un'altra ancora sono i maltrattamenti. Dell'educazione ne abbiamo parlato prima e abbiamo visto quanto la questione sia soggettiva, in relazione ai mutati sentimenti sociali e culturali. Fortuna vuole che ora si vada verso modelli educativi evoluti, basati sul dialogo reciproco e sulla spiegazione delle scelte che vengono fatte sia dei genitori che dai figli, su basi paritarie.

Quanto invece all'abuso dei mezzi di correzione ed ai maltrattamenti, soccorre la recentissima sentenza Cass. Pen. 13067/2021 che evidenzia la differenza tra:

- i maltrattamenti, ossia una pluralità di atti che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento da un'unica intenzione criminosa di ledere le grida fisica o morale del soggetto passivo, infliggendogli abitualmente tali sofferenze.

Dice la Corte che la coscienza e volontà di persistere in un'attività vessatoria, già posta in essere in precedenza non è esclusa dall'intenzione dell'agente di agire per finalità educative e correttive. L’intenzione soggettiva dell'agente non è, infatti, idonea a far rientrare nel meno grave delitto di cui all'art. 571 c.p., ciò che ne è oggettivamente escluso poiché i trattamenti lesivi dell'incolumità fisica o afflittivi della personalità del minore - quali quelli ricostruiti dalla Corte territoriale - non sono sussumibili tra i mezzi di correzione, tali essendo, per loro natura, solo quelli a ciò deputati;

- l'abuso dei mezzi di correzione, regolato appunto dall'articolo 571 c.p. che prevede la reclusione fino a sei mesi per «chiunque abusa dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragione di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, ovvero per l’esercizio di una professione o di un’arte, se dal fatto deriva il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente».

La condotta consiste nell’abusare dei mezzi di correzione o di disciplina e presupposto di essa deve essere il “rapporto disciplinare o di affidamento” tra l’agente ed il soggetto passivo (genitori, precettori, istruttori sportivi etc.). In più, dal fatto, nella ipotesi “semplice” di cui al comma I, deve essere scaturito il pericolo di una malattia nel corpo o nella mente e, nelle ipotesi “aggravate” di cui al comma II, le lesioni o la morte. Per quanto attiene ai mezzi utilizzabili per correggere o educare, questi devono essere leciti, in quanto non si può perseguire un abuso di qualcosa che già di per sé non sia possibile utilizzare, proprio perché illecito.

Al di là della qualifica dei soggetti agenti, come è agevolmente comprensibile dalla lettura delle due diverse fattispecie, la differenza nasce dall'abitualità della condotta criminosa. In altre parole, persino uno scappellotto potrebbe rientrare nell'abuso dei mezzi di correzione, mentre la reiterazione degli scappellotti costituisce pacificamente maltrattamenti in famiglia.

Dunque anche in questi casi l'equilibrio è d'obbligo: nell'educazione dei figli, nell'insegnamento anche sportivo e comunque in tutti i casi in cui ci si trovi a che fare con dei minori è necessario controllarsi e dominare qualsiasi tipo di reazione violenta. Benché ci possano essere circostanze nelle quali si sia fortemente tentati di usare le mani, nei casi estremi può essere sufficiente limitarsi ad una sana arrabbiatura, magari alzando la voce. Rimane il fatto che, ancora una volta, come in tutte le vicende interpersonali, è sempre meglio il dialogo, ed anche la discussione, rispetto al conflitto.


Avv. Aurelio Padovani

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