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La violenza sugli uomini

Nell’estate del 2018, leggevo la notizia della formulazione della richiesta di archiviazione da parte di un Magistrato inquirente di un procedimento penale incardinato contro un uomo accusato di “molestie sessuali” – si trattava di un caso di cronaca giudiziaria molto discusso che aveva come protagonisti un noto regista italiano e delle ragazze aspiranti attrici che avevano dichiarato di essere state “infastidite” sessualmente da quest’ultimo durante i loro provini –.

Abbandonando ogni interesse in ordine alla verità della notizia ed al merito della stessa, mi interrogavo sulle conseguenze subite dall’indagato per l’esistenza stessa della summenzionata indagine e soprattutto per la diffusione mediatica di essa.

In altre parole, mi chiedevo se la pubblicazione dell’articolo che riguardava l’archiviazione del caso da parte della Procura avesse potuto cancellare quanto sino a quel momento scritto, raccontato e posto a carico di quell’uomo. In buona sostanza, mi domandavo se quella richiesta di archiviazione - che processualmente significava la volontà di porre fine al procedimento pendente – avesse potuto strappare di dosso a quell’uomo l’etichetta di molestatore. Ovviamente, nella mia professione mi era già accaduto di rappresentare uomini accusati di reati più o meno gravi perpetrati ai danni di donne e di scoprire che quanto denunciato dalle asserite persone offese si rivelava poi inveritiero, grazie a indagini più approfondite o ad un’analitica ricostruzione dei fatti.

Eppure, molto spesso, seppure con materiale probatorio carente o palesemente contradditorio, tali uomini venivano ugualmente ritenuti responsabili del reato ai medesimi contestato.

Ed ancora, mi trovavo sempre più spesso a dover constatare – con profonda amarezza – che i comportamenti violenti, aggressivi e illegittimi posti in essere da una donna ai danni di un uomo non venivano ritenuti meritevoli di alcun approfondimento d’indagine da parte della Magistratura alla cui attenzione li sottoponevo con denuncia.

E mentre gli organi di informazione, con sempre maggiore frequenza, davano voce alle donne vittime di violenza affrontando il tema con réclame, cortometraggi, fiction, mentre le istituzioni lavoravano sulla legislazione vigente per accordare una sempre più ampia tutela contro la violenza sulla persona, che però veniva strumentalmente e mediaticamente interpretata sempre e solo a tutela della donna, gli uomini non venivano neppure immaginati come eventuali persone offese.

Se una donna vittima di violenza, ora non aveva che l’imbarazzo della scelta del centro antiviolenza a cui rivolgersi, un uomo che subiva violenza, ora non aveva la medesima opportunità…non c’era alcun numero di telefono da chiamare, nessuno a cui chiedere aiuto.

Quotidianamente potevo leggere o apprendere la notizia di un femminicidio.

Ogni giorno si poteva - e si può - seguire un approfondimento di cronaca giudiziaria su fatti che hanno a che vedere con l’omicidio di una donna agito da uomo.

Ovviamente, voglio immediatamente sgombrare il campo da qualsiasi fraintendimento.

Tale attenzione, tale tutela rafforzata, tale costante martellamento mediatico sulla gravità di tali azioni è giusta e doverosa. Ignorare, negare o anche solo minimizzare il problema è assurdo e fuori da ogni mia logica o intenzione.

Tuttavia, appare censurabile il fatto che sia unidirezionalmente indirizzata.

Infatti, molto raramente, trovavo notizie riguardanti le violenze poste in essere da una donna contro un uomo.

Eppure, anche una donna sa uccidere, sa usare violenza, sa stalkerizzare, sa mortificare, sa far male.

Ma questo non fa notizia, sembra non interessare.

Finalmente un articolo pubblicato su “Il Giornale” sembrava confermare i miei pensieri: secondo i dati del Viminale nell'Italia del 2017 le vittime degli omicidi in famiglia sono state 355: le donne sono state 120, gli uomini 116.

Il risultato di questi pensieri arriva nell’ottobre del 2018 con la costituzione di un’associazione che io e i colleghi, soci fondatori, decidiamo di chiamare: “L’ALTRA PARTE”.

L’ALTRA PARTE è un’associazione che si occupa della tutela dell’uomo vittima di violenza, ed ha lo scopo di promuovere la tutela della pari dignità tra uomo e donna, in particolare dell’uomo quale persona offesa e/o vittima di reati posti in essere in ambito familiare (proprio nei reati di maltrattamenti in famiglia, infatti, sembra trovare maggior terreno la violenza declinata al femminile).

La nostra associazione intende offrire oltre al necessario sostengo psicologico e morale, anche e soprattutto assistenza legale agli uomini vittime del pregiudizio legato all’appartenenza al sesso maschile, nonché ai soggetti falsamente o strumentalmente accusati di reati di violenza c.d. domestica e/o sessuale.

L’associazione da me presieduta si prefissa un ulteriore ambizioso obiettivo e cioè quello di sensibilizzare l’opinione pubblica, ma soprattutto la Magistratura sul tema, in particolar modo nella delicatissima fase delle indagini preliminari.

La nostra idea era – ed è – quella di sgretolare l’equivalenza DONNA = VITTIMA; UOMO = CARNEFICE. C’è poi un ulteriore profilo su cui riflettere e gettare luce: comprendere cosa comporti per un uomo – e quali effetti abbia nella sua vita presente e futura - l’inizio di un procedimento penale a suo carico per reati di violenza domestica e/o sessuale.

Ebbene, se la meta è la tutela dell’uomo dalla violenza, posta in essere contro di lui da una donna, la prima cosa da fare è comprendere cosa sia “violenza”. Nell’immaginario collettivo, infatti, la violenza è sempre qualcosa di fisico, qualcosa che lascia segni sul corpo, qualcosa di visibile.

Qualcosa – per gli addetti ai lavori – che possa essere certificato o attestato da un medico.

Tuttavia la “violenza” è qualcosa di più.

È infatti, ormai, bagaglio culturale comune l’esistenza anche della violenza psicologica e della sua capacità distruttiva.

Ma occorre fare un passo in più.

Come viene posta in essere la violenza da una donna? Non vi è disuguaglianza più grande di quella di trattare ugualmente cose che uguali non sono.

Essenziale è, dunque, comprendere che la violenza declinata al femminile è diversa da quella maschile.

Molto spesso la violenza operata dalle donne si caratterizza per una maggiore crudeltà verbale, una costante mortificazione del compagno/partner, l’umiliazione pubblica della vittima, l’isolamento sociale.

A volte,la violenza femminile trova pericoloso spazio nella reiterata presentazione di denunce-querele: il c.d. stalking giudiziario. Cosciente di tale serio scenario, ho ritenuto necessario cercare di offrire qualcosa che appariva carente nel contesto della violenza di genere.

Pertanto, per rendere più concreta l’azione di tutela dell’uomo-vittima di violenza, la nostra associazione prevede la possibilità di porsi a fianco della persona offesa e di costituirsi parte civile a baluardo non solo del singolo danneggiato ma dell’intera “categoria”. Il Vicepresidente - Avv. Piergiuseppe De Lorenzo- in questo caso rappresenterebbe la nostra associazione in aula.

Nel processo penale, infatti, l’uomo è vittima quando diviene soggetto passivo di una violenza - e più in generale di un reato - posto in essere da una donna; in tal caso la posizione di vittima coinciderà con la sua posizione processuale che è appunto quella di parte offesa, parte lesa.

Ma nel momento in cui un uomo si rende conto di essere vittima di violenza perpetrata e declinata al femminile, arrivando a denunciare tale violenza (cosa molto spesso non precoce a causa del retaggio culturale, di orgoglio e pregiudizi atavici, nonché della paura di essere inascoltati), egli incontrerà molte difficoltà; purtroppo, infatti, la maggior parte delle denunce-querele sporte dagli uomini per una violenza attuata da una donna nei loro confronti vengono sostanzialmente archiviate. Ciò genera un’enorme frustrazione nell’uomo.

L’intervento de “L’ALTRA PARTE” in questa fase processuale – cioè quella delle indagini preliminari – è proprio quello di sensibilizzare la Magistratura ad interessarsi delle vicende che hanno come protagonisti gli uomini che subiscono violenza dalle donne, dando agli uomini lo stesso spazio e la stessa considerazione data oggi alle donne che subiscono violenza da parte degli uomini.

In altre parole, all’uomo deve essere consentito eguale accesso al processo penale, egli deve trovare pari conforto e riscontro nella Giustizia in modo che egli eviti a sua volta di mettere in atto comportamenti violenti come reazione alla mancata risposta alla sua richiesta di aiuto e di ascolto.

E ciò, al fine di tutelare non solo gli uomini vittima di reato così declinato, ma anche le donne.

La tutela dell’uomo, infatti, è necessaria anche a fini preventivi perché, a volte, alcune condotte aggressive poste in essere dagli uomini ai danni della donna rappresentano l’apice della disperazione a cui i medesimi giungono, non avendo ricevuto alcuna considerazione da parte della Giustizia.

Come detto, i media sembrano non interessarsi ai crimini violenti posti in essere dalle donne ai danni dell’uomo.

Un esempio per tutti è per noi quello dell’omicidio di un collega del Foro di Anzio, ucciso nell’ottobre del 2019 dalla ex-compagna all’interno del proprio studio legale – pur avendo egli dato conto alle Autorità dei pregressi comportamenti violenti dalla medesima messi in atto -.

Questa tragica vicenda ha occupato solo poche righe in un giornale locale, e non è certo divenuta caso noto di cronaca giudiziaria.

Altra ipotesi in cui l’uomo è vittima di violenza da parte della donna nel processo penale è quella in cui il medesimo non è vittima in senso processuale, ma al contrario ha, all’interno del processo penale, il ruolo di imputato di un reato ai danni di una donna.

Capita, cioè, che l’uomo si trovi nella posizione di essere stato denunciato falsamente (secondo un’indagine condotta dal Procura di Bergamo l’80% delle denunce sporte nell’ambito dei giudizi di separazione è falsa) –, oppure si trovi ad essere accusato in quanto autore di un comportamento che in realtà non ha rilievo penale, ma viene descritto come tale in denuncia da una donna.

Il reato in cui emerge con maggiore evidenza tale situazione è – come detto –quello di maltrattamenti in famiglia ex art. 572 c.p..

In merito, ci si trova spesso di fronte al caso di una donna che denuncia dei comportamenti violenti del marito a suo danno – da cui si origina l’accusa di maltrattamenti in famiglia – laddove in realtà quanto raccontato è la versione al femminile di accadimenti, di discussioni in cui vi è stata reciproca violenza o reciproco comportamento violento o sopra le righe.

In questo contesto, il ruolo della nostra associazione è quello di far emergere la difficoltà che l’uomo riscontra nel riuscire, nel corso del dibattimento, a far emergere la realtà dei fatti, ossia una verità che si è svolta entro le mura domestiche in cui molto spesso non vi sono testimoni, ovvero evidenziare e far comprendere come la raccolta del materiale probatorio sia oggettivamente difficile.

La donna, infatti, in questo caso, essendo denunciante, sarà oltre che persona offesa anche testimone – molto spesso l’unico – dei fatti narrati in denuncia ed oggetto del processo penale.

Così facendo naturalmente avrà una considerazione diversa e ben maggiore dell’uomo che siede al banco degli imputati ed è costretto, a cercare di ricostruire ex post i fatti narrati dalla denunciante.

L’intento della nostra Associazione è quello di far venire meno il disequilibrio tra uomo e donna nel processo penale, mettendo a disposizione dell’uomo gli stessi strumenti difensivi, le stesse opportunità che a parti invertite avrebbe la donna e quindi informare l’uomo che esistono dei mezzi attraverso i quali denunciare alcuni comportamenti violenti come: farsi refertare in un ospedale se si è ricevuta una aggressione fisica senza aver paura, senza vergognarsi, rivolgersi a dei professionisti se si è vittime di violenza o se si subiscono mortificazioni psicologiche ecc.

Si deve tenere conto, peraltro, che in questi procedimenti l’uomo, se arriva all’assoluzione dai reati al medesimo ascritti, vi giunge dopo anni durante i quali egli subisce oltre alla violenza stessa del procedimento penale a suo carico per reati infamanti, anche ulteriori violenze: come il fatto di venire attinto da misure cautelari - frequentemente quella del divieto di avvicinamento alla persona offesa, il che spesso coincide con il divieto di incontrare i figli minori che si accompagnano alla madre -, subire isolamento sociale in ragione della pendenza di un giudizio per fatti considerati gravi, subire provvedimenti che peggiorano le condizioni relative alla gestione dei figli ecc.

In conclusione, il nostro lavoro quotidiano è quello di dare la stessa voce tanto all’uomo quanto alla donna qualora siano vittime di violenza.

Si deve combattere la violenza contro la “persona” superando pregiudizi di genere e di ogni genere.



Avv. Magdalena Giannavola

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