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Dimostrare 6 numero

EDITORIALE


Nel diritto romano si distingueva una diffamazione verbale da una scritta: quest'ultima produsse un'apposita previsione incriminatrice quando ci fu il proliferare di libelli famosi, scritti che ledevano l'onorabilità. L'Imperatore Costantino intervenne in tema di scritti denigratori anonimi e, nel Codice teodosiano, il libellus famosus era punito con la pena della deportazione. Ne derivò la denominazione di libel, ancora oggi in uso in molti paesi di Common Law.

Prima dell'inizio del 1300, la gestione dei casi di quella che ora definiremmo diffamazione era di esclusiva competenza dei tribunali della Chiesa. Solo alcuni decenni più tardi i tribunali delle varie monarchie europee consentirono lo sviluppo di contenziosi a seguito dell’espressione di parole diffamatorie. La natura, spesso fisica, dei vari ordinamenti non era favorevole alla creazione di un reato che si basava su semplici parole. Gli ordinamenti antichi erano molto più concentrati su azioni tangibili e sul risultato di aggressioni, furti e omicidi.

Occorre giungere al 1500 per rintracciare i primi concetti del reto di diffamazione nei vari ordinamenti europei. La ragione principale di questo ritardo, come accennato in precedenza, è il fatto che prima del 1500 la diffamazione era vista come una questione puramente spirituale ed era quindi trattata dai tribunali della Chiesa.

Tuttavia, già prima del Cinquecento vi furono processi occasionali che toccavano questioni di diffamazione e offuscamento del carattere o della reputazione di qualcuno. Ad esempio, nel XIV secolo, vi furono azioni intentate da nobili che erano stati calunniati nelle pubbliche corti del re. Nel 1358, ad un giudice fu riconosciuta a titolo risarcitorio una cospicua somma di denaro per essere stato definito “traditore” in una riunione di corte. Inoltre, furono intentate alcune cause riguardanti false dichiarazioni su uomini che avrebbero contratto un secondo matrimonio al fine di rovinare la loro reputazione.

Nello stesso periodo, lo Statuto “Scandalum magnatum” del 1378 consentiva ad importanti giudici e funzionari della Chiesa di intentare azioni giudiziarie qualora fossero stati insultati o diffamati.

Il primo caso, in termini di giurisprudenza, riguardante il reato di diffamazione fu registrato nel 1507 in Inghilterra, quando la Corte del Re Enrico VII dichiarò che semplici parole offensive (aggressione verbale) potessero avere un impatto devastante sull'onore di un uomo, procurando danni simili o anche maggiori rispetto a quelli conseguenti un’aggressione fisica. Furono così definite tre categorie di diffamazione: parole che accusavano qualcuno di un crimine; parole che accusavano qualcuno di essere incompetente nel proprio lavoro; parole che accusavano qualcuno di avere una malattia particolare (come il vaiolo francese per esempio).

La conseguenza di quella sentenza e delle tre forme sopra descritte di diffamazione, fu l’avviamento di una grande quantità di cause inerenti al reato di diffamazione, tanto che quel tipo di procedimenti giudiziari divennero il pane quotidiano della Corte del Re d’Inghilterra, divenendo le cause più affrontate dalla seconda metà del XVI secolo.

In alcuni processi tenutisi a Londra nel 1557 e nel 1565, diversi giudici tentarono di limitare il numero dell’avviamento di procedimenti giudiziari sostenendo che non fosse possibile determinare il danno reale sulla reputazione della parte offesa; che le parole dette in modo scherzoso o con una reazione rabbiosa istintiva non erano perseguibili; che parole ambigue erano meno diffamatorie di quanto in realtà apparissero.

Fino al 1660, il diritto dei vari paesi europei non distingueva nettamente tra diffamazione pronunciata e diffamazione scritta. Tuttavia, le parole diffamatorie scritte erano spesso punite con condanne più dure.

Al giorno d’oggi, in molte parti del modo, le cause per diffamazione sono tra le cause più numerose e talvolta, in alcuni paesi, contribuiscono in modo determinante all’ingolfamento della macchina della giustizia. All’incremento di tali procedimenti ha contribuito prima lo sviluppo dei mezzi d’informazione a mezzo stampa e in seguito l’accesso massivo della popolazione mondiale ai social network, consentendo a chiunque con un semplice click di entrare in contatto immediato con una moltitudine di persone sull’intero pianeta. Questa accelerazione di modernità ha imposto agli ordinamenti della maggior parte dei paesi mondiali di adeguare le proprie legislazioni in materia di diffamazione.

La storia recente della diffamazione è segnata dal continuo conflitto tra la necessità di tutelare il carattere e la privacy degli individui, da un lato, e il diritto alla libertà di espressione, dall'altro. L'intensità di questo conflitto è naturalmente accresciuta con l'emanazione della Legge sui diritti umani del 1998, che porta con sé i diritti formali alla libertà di espressione ai sensi dell'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo (CEDU). Infatti, come si può apprendere dalla sentenza del 1993 della House of Lords Derbyshire County Council nei confronti della Times Newspapers Limited, nella quale Lord Keith scrisse: “È della massima importanza pubblica che un organismo governativo democraticamente eletto, o qualsiasi organismo governativo, sia aperto a critiche pubbliche disinibite. La minaccia di un'azione civile per diffamazione può avere un effetto inibitorio sulla libertà di parola”.

Il rovescio della medaglia del diritto di citare in giudizio per diffamazione è l'effetto agghiacciante sulla libertà di parola e di espressione. Il diritto a una critica equa è una parte vitale della libertà di parola. Una dichiarazione basata sull'analisi di informazioni fattuali non può essere classificata come diffamatoria. La questione della diffamazione si dovrebbe porre solo quando le dichiarazioni siano false e intenzionalmente maliziose.

Negli ultimi anni, vi sono state cause giudiziarie per diffamazione che hanno avuto un’eco mondiale.

Nel 2008, Bank Atlantic, una banca con sede in Florida, aveva citato in giudizio un importante analista di Wall Street per un rapporto su potenziali fallimenti bancari intitolato "Who's Next?". L’istituto di credito ha dichiarato che l'analista aveva diffamato la banca suggerendo che avrebbe potuto fallire. Bank Atlantic aveva già citato in giudizio la ABC per una notizia simile nel 1991. Nel 2009, Hertz Global Holdings Inc., aveva citato in giudizio un analista per diffamazione a seguito di un rapporto nel quale si affermava che la più grande compagnia di autonoleggio del mondo potesse fallire.

Più recentemente, tra le cause di diffamazione che hanno avuto un’eco mondiale vi è quella che ha riguardato la stella di Hollywood Johnny Depp. Mi riferisco al processo civile per diffamazione chiesto dall’attore statunitense contro il quotidiano britannico The Sun (insieme al suo gruppo editoriale News Group Newspapers), che nel 2018 lo aveva definito “wife beater” nel titolo di un articolo, ossia “picchiatore di sua moglie”, allora Amber Heard, l'attrice texana di 34 anni. Ciò che aveva scritto il quotidiano “era sostanzialmente vero”, ha dichiarato il giudice Andrew Nicol nel tribunale della capitale britannica. Secondo il 57enne celebre attore statunitense, invece, quel titolo del The Sun era scorretto e non corrispondente alla realtà. I legali dell'attore dichiararono che avrebbero fatto ricorso.

Il caso aveva generato scalpore e scandalo in tutto il mondo. Oltre alle gravissime accuse contro l’attore che l’Alta Corte di Londra ha sostanzialmente confermato, durante le udienze Depp e Heard avevano infatti rivelato al mondo i dettagli shock, privati e talvolta sordidi della loro relazione, devastando le loro reputazioni. Un dramma familiare e personale di due stelle di Hollywood, per quello che era stato il processo per diffamazione dell’anno. Depp ne è venuto fuori come un picchiatore seriale, che prendeva droghe di ogni sorta in un matrimonio in pezzi. Heard ha accusato Depp di averla aggredita più volte, mostrando anche le foto delle contusioni e i lividi sul volto, soprattutto quando beveva e assumeva droghe, diventando un “mostro”: l’attrice ha persino condiviso l’immagine del tavolo dell’ex marito la mattina, tra cocktail alcolici e strisce di cocaina. “Ho temuto di morire”, aveva confessato Heard.

Secondo Depp, era Heard che in realtà picchiava lui, tanto che una volta “mi ha spento una sigaretta sulla guancia”. "Le sue accuse sono assurde e folli!", aveva spiegato, "Amber mi ha rotto un dito con la bottiglia di vodka!", mentre Heard aveva risposto che quella sua reazione era stata scatenata da "tre giorni in ostaggio di Johnny". Sono state pubblicate anche alcune trascrizioni di litigi tra i due, che si registravano a vicenda, per accusarsi. Heard lo avrebbe fatto affinché Depp "si rendesse conto di quello che diceva e faceva quando era ubriaco o drogato", lui perché "subiva umiliazioni da lei” come quando “Amber defecava nel nostro letto". In una conversazione, l'attrice a un certo punto urla a Depp: "Ti ho colpito ma non ti ho steso, sei un bambino del cazzo!”.

La battaglia legale tra i due ex era iniziata subito dopo la fine della relazione nel maggio 2016 quando l'attrice aveva già accusato il marito di violenza e ottenuto 7 milioni di dollari poi donati in beneficienza.

Le vittime di violenza domestica non devono mai essere messe a tacere”, ha commentato il direttore del The Sun dopo la sentenza.

Tale sentenza non ha sancito solo la sconfitta giudiziaria del divo di Hollywood, ma anche il tracollo della sua carriera. Pochi giorni dopo, la Warner Bros lo ha allontanato dal set di “Animali Fantastici 3”. Non solo: gli è stato tolto il ruolo di Jack Sparrow dal franchise di Pirati dei Caraibi e il suo ultimo film, Minamata, non è stato distribuito negli Stati Uniti. Nei giorni successivi alla sentenza, Depp in un’intervista pubblicata sul Sunday Times si era scagliato contro il boicottaggio di Hollywood nei suoi confronti, confessando di aver vissuto, “come uomo e come attore”, cinque anni “surreali”. E promettendo che avrebbe continuato a dare battaglia per dimostrare al mondo la sua verità.

E così due mesi fa, precisamente il 18 agosto 2021, il divorzio di Johnny Depp e Amber Heard si è arricchito di un nuovo capitolo che segna un’importante vittoria in tribunale del divo statunitense: l’ex moglie sarà processata per diffamazione. Nella lettera aperta scritta per il quotidiano Washington Post, la moglie di Depp aveva scritto: “Ho parlato di violenza sessuale e ho fatto i conti con l’ira della nostra cultura. Serve un cambiamento!” e all’interno della lettera stessa Amber Heard aveva raccontato di essere stata vittima di violenze domestiche, Johnny Depp l’aveva infatti accusata di aver “mentito sugli abusi” chiedendo un risarcimento da 50 milioni di dollari. L’ex moglie aveva fatto ricorso e i legali della Heard, forti della vittoria in Gran Bretagna e della sua risonanza mondiale, avevano chiesto alla corte statunitense di riconoscere il verdetto d'oltreoceano e archiviare il caso. Ma Penney Azcarate, giudice della contea di Fairfax in Virginia, non si è mostrato affatto d’accordo con questa tesi. Infatti, la richiesta di annullare il processo contro Amber Heard è stata ufficialmente respinta e nel motivare la sua decisione, il giudice ha spiegato che le due cause non sono paragonabili e non possono essere messe sullo stesso piano.

La causa per diffamazione di Johnny Depp, dunque, può procedere. Il processo inizierà ad aprile 2022.

Il signor Depp è gratificato dalla decisione della corte” come ha fatto sapere con una breve nota il suo avvocato Ben Chew. La parola fine, per la guerra che contrappone da anni i due ex coniugi, sembra ancora molto lontana.

Nel 2020, Binance, una delle più grandi piattaforme di scambio di cripto valute al mondo, ha intentato una causa per diffamazione contro Forbes Media LLC. L’ufficio legale di Binance ha affermato che: “Forbes ha pubblicato numerose false dichiarazioni su Binance, affermando che avrebbe creato una struttura aziendale progettata per ingannare intenzionalmente gli operatori e che svolgerebbe attività di riciclaggio di denaro”.

In Gran Bretagna continua ancora oggi a fare scalpore la guerra tra Rooney e Vardy. Che non sono i calciatori Wayne Rooney e Jamie Vardy, ma le rispettive consorti Coleen e Rebekah. L'inizio della storia risale a maggio 2019, quando la signora Rooney si accorgeva che le storie del suo account Instagram, che avevano un pubblico limitato agli amici, venivano puntualmente saccheggiate dal quotidiano The Sun. È vero che le mogli e fidanzate dei calciatori misurano la loro popolarità in termini di follower, ma pubblicano anche storie per pochi intimi e che ritengono sacre e private.

Coleen Rooney decideva di scoprire chi era la talpa e, avendo dei sospetti, bloccava tutti gli account tranne quello di Rebekah Vardy. E poi iniziava a pubblicare delle storie con false notizie, come quella di un suo imminente ritorno in un programma televisivo, quella di un incidente domestico con la cantina del tutto allagata. Il The Sun, nella rubrica vagamente anonima siglata dallo pseudonimo “the Secret WAG” (Wags, acronimo di wives and girlfriends, mogli e fidanzate), le aveva pubblicate tutte.

A questo punto Coleen Rooney, prontamente ribattezzata con un gioco di parole Wagatha Christie per le sue tecniche investigative, pubblicava un post su Instagram per rendere nota la pettegola: “Ora so per certo chi gliele mandava (al The Sun): l’unico account che poteva vederle. Ed è l’account di Rebekah Vardy». La signora Vardy negava di essere la talpa e sosteneva di essere stata danneggiata dai messaggi di odio che le erano piovuti addosso dopo la denuncia sul social network. Da qui, la causa per diffamazione.

Quella che avrebbe potuto limitarsi a essere una questione poco elegante tra signore, quindi, è diventata una causa e contro causa per diffamazione a livello milionario. Rebekah Vardy, che ha querelato Rooney, finisce nel mirino perché avrebbe fatto spendere al suo studio legale 897.000 sterline (un milione e 50 mila euro), una somma definita “grottesca” dai legali di Rooney, che avrebbero invece speso la metà.

Nel Regno Unito la stima dei costi legali deve essere presentata in anticipo sul dibattimento delle cause, dato che la parte perdente dovrà sostenere anche quelle del vincitore. E il giudice (visto il lavoro dei mariti, quasi un arbitro), ha bacchettato le due parti per dei costi considerati eccessivi, invitandole a “rivalutarli passandoli al setaccio fine”.

Il processo è ancora in corso e per la sentenza è previsto occorrerà ancora attendere un po' di tempo, quindi oltre due anni dopo l'inizio della storia. Nel frattempo, almeno pubblicamente, i calciatori Wayne Rooney e Jamie Vardy si tengono ben fuori dalla storia.

Eppure, anche senza questi esempi specifici, c'è un problema più ampio creato dai social media e da Internet. Queste piattaforme fungono da amplificatori ed espongono sempre più persone nella trappola della diffamazione: le persone comuni e gli adolescenti che non sono a conoscenza delle leggi possono essere "editori". È sufficiente trascorrere dieci minuti del proprio tempo nella lettura di vari commenti “postati” nei social media per accorgersi di quanti contenuti diffamatori sono costantemente presenti. Tali commenti vantano la lettura di un pubblico più ampio rispetto a quello dei media tradizionali e varcano istantaneamente i confini, relazionandosi con diverse legislazioni in materia di diffamazione.

Luca Leonardo D’Agostini

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