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Il piccolo Omran e l’uso cinico delle emozioni

Grida allo scandalo, la propaganda neppure troppo velata, che si cela dietro la vicenda del piccolo Omran Daqneesh, un bimbo siriano di 3 anni che l'Aleppo Media Centre, organo mediatico di propaganda finanziato dall'Occidente, sostiene sia stato ripreso dopo essere stato salvato da un edificio colpito dai bombardamenti.

Foto shock divenute subito virali per via della propaganda e squallida commozione di un decadente Occidente che, perso nel suo falso romanticismo, si muove e commuove solo per le foto, senza approfondire però se quelle immagini possano essere vere e per quale scopo vengano proposte pur quando risultino poco attendibili.

Eccovi svelato allora il fine della diffusione di questa fotografia: la Russia è responsabile per quello che è successo al piccolo Omran, la Russia è responsabile per avervi fatto sentire così tristi, impotenti e arrabbiati.

Quindi, ora che avete capito il messaggio, con il volto di Omran scolpito nelle vostre coscienze (la rivista "Time" scrisse infatti che "non può essere ignorato"), è il momento per te, caro lettore occidentale, di sostenere il tuo governo per fare ordine tra il caos della Siria, inoltre da bravo cittadino che paga le tasse aiuterai a sostenere i terroristi, ma per non fartelo pesare hanno già provveduto a definirli "ribelli moderati".

La fotografia di Omran è talmente struggente da aver colpito un bambino statunitense di sei anni, Alex, il quale aveva scritto all'allora presidente Obama in persona.

Gli aveva chiesto di fare quanto necessario per portare il piccolo Omran negli Stati Uniti per poterlo accogliere a casa sua e condividere con lui i suoi giocattoli e quelli della sorella.

Ecco che per finalità geopolitiche veniva anche strumentalizzata la buona fede e i sentimenti puri dei bambini, a tal punto che la lettera era stata pubblicata per esteso sul sito della Casa Bianca, insieme ad un video del piccolo Alex.

La lettera del piccolo statunitense, come prevedibile aveva mandato in visibilio l'opinione pubblica occidentale.

Obama l'aveva letta nel suo discorso ai governanti di tutto il mondo durante il summit sui rifugiati che si era tenuto all'ONU, il 20 settembre 2016.

Poi aveva postato sulla sua pagina Facebook il seguente messaggio: "Queste sono le parole di un ragazzo di 6 anni: un bambino che non ha imparato a essere cinico, sospettoso o ad avere paura degli altri a causa del luogo da cui provengono o del loro aspetto o del modo in cui pregano. Pensate a cosa il mondo potrebbe somigliare se noi fossimo tutti come Alex".

Quello che però il presidente Obama non aveva scritto sul suo post di Facebook era che lui guidava il Paese più potente del mondo e che aveva il potere di porre fine alla sofferenza di tanti bambini innocenti. E se avesse fatto ciò, forse avrebbe reso meno incomprensibile il Premio Nobel per la Pace che gli fu conferito solo otto mesi dopo l'inizio della sua presidenza.

Ma invece di far ciò, continuò a finanziare, sostenere e provocare le sofferenze e i drammi.

Forse per una corretta educazione, bisognerebbe dire ai genitori del piccolo Alex, che nel corso dei due mandati del presidente Obama, vi sono stati migliaia di bambini morti sotto le bombe sganciate dai paesi occidentali o dai loro amici e alleati senza che ciò abbia sollevato la minima indignazione da parte della "sensibile" amministrazione statunitense.

Centinaia di bambini yemeniti soffrono tuttora il martirio tutti i giorni sotto le bombe fornite dagli Stati Uniti all'Arabia Saudita.

In un editoriale pubblicato sul New York Times il 17 agosto 2016 dal titolo: "America Is Complicit in the Carnage in Yemen" ("L'America è complice della carneficina nello Yemen") si legge: "Gli esperti dicono che la coalizione guidata dall'Arabia Saudita resterebbe inchiodata al suolo senza il sostegno di Washington".

Oppure, sempre ai genitori del piccolo Alex, bisognerebbe presentare la tristemente nota Madeleine Albright, l'ex segretaria di Stato la quale dichiarò che la morte di 500 mila bambini iracheni a causa dell'embargo statunitense era un prezzo che "valeva la pena di pagare" e che tale signora Albright il 29 maggio 2012 fu ricompensata dal presidente Obama addirittura con il conferimento della Medaglia Presidenziale delle Libertà, il più alto riconoscimento civile negli Stati Uniti.

Se andiamo poi ad analizzare tutta la situazione del piccolo Omran, la vicenda diventa molto curiosa.

Innanzitutto il portavoce del Ministero della Difesa russo, il generale Igor Evgen’evič Konašenkov, ha dichiarato che il luogo dove è stata scattata la fotografia di Omran è il quartiere di "al-Qaterji" che è adiacente a due corridori umanitari aperti dall'esercito russo e che quindi questo quartiere non è stato mai bombardato.

Quindi afferma il generale Konašenkov: "è un crimine morale attribuire ai russi la responsabilità di attacchi sui civili in quanto i residenti di Aleppo est sono in realtà ostaggio dei terroristi" e che questa vicenda rientra in un uso cinico della propaganda di alcuni media occidentali.

Anche la TV di Stato cinese "CCTV", ha messo in dubbio la veridicità del video e dell'immagine di Omran, definendola un prodotto creato ad arte per fornire le scuse umanitarie all'Occidente per un intervento diretto in Siria.

Passiamo poi ad analizzare la foto ed il contesto circostante che, come suggerisce Gianandrea Gaiani, direttore di "Analisi Difesa", è da guardare con attenzione. L'Aleppo Media Centre che ha proposto al mondo la fotografia, non è altro che l'ufficio di propaganda del gruppo jihadista e terrorista al-Nusra.

Nessuno ha fatto caso che il soccorritore che portava in braccio Omran e che sosteneva averlo appena recuperato sotto le macerie di un palazzo bombardato, non lo sistemava su di una barella nell'ipotesi che potesse avere riportato lesioni spirali (procedura standard di primo soccorso), ma lo metteva a sedere dentro un'ambulanza e se ne andava lasciandolo in balìa di telecamere chissà appartenenti a chi, dato che i giornalisti non erano presenti ad Aleppo est.

Nessuno che gli prestasse assistenza o lo confortasse, neppure l'applicazione di bende o qualsiasi altra cosa fosse necessaria per fermare il sangue, neppure una pulita al viso del bimbo imbrattato di polvere e, nella parte sinistra, di sangue.

L'assenza di pianti e lamentele, al di là del probabile stato di shock, fanno sospettare che il sangue non fosse di Omran. Il bambino infatti si tocca il volto e guarda la mano sporca di sangue quasi con sorpresa ma senza reazioni di dolore.

L'Aleppo Media Centre ha poi rincarato la dose di indignazione informandoci della morte di Alì, fratello maggiore di Omran.

Mi verrebbe da chiedere ai "cari" media occidentali: che ne pensate, se oltre alle foto, comunicaste all'opinione pubblica anche l'identità e il curriculum di chi le ha scattate?

Non perché l'opinione pubblica sia stata colta da un necessario quanto impellente bisogno di conoscere i nomi di tutti gli improvvisati fotografi sparsi per il pianeta, ma solo per valutare la credibilità di ciò che in modo del tutto ipocrita state diffondendo.

Ma dato che non lo farete è allora, che con viva e vibrante indignazione, è necessario svelare che secondo l'agenzia di stampa "Associated Press", l'autore delle fotografie è Mahmoud Raslan.

Il sito "Information Clearing House" ha ricostruito chi è davvero questo improvvisato fotografo, il quale in modo ipocrita ha anche dichiarato: "Le lacrime hanno cominciato a scorrere sul mio volto mentre scattavo la foto. Non è la prima volta che ho pianto. Ho pianto spesso filmando bambini traumatizzati. Piango sempre. Noi fotografi di guerra piangiamo continuamente!".

Ma come afferma il giornalista Marcello Foa, "questo Mahmoud Raslan non è propriamente un novello Gandhi, ma è uno jihadista del gruppo Harakat Nour al-Din Zenki, che sulla sua pagina Facebook ha postato più volte commenti inneggianti al martirio dei kamikaze islamici e alla guerra, apparendo più volte con la bandana tipica del jihadista".

Ma soprattutto appare in un orribile selfie che ritraeva i tagliagole del gruppo terroristico Nuor al-Din insieme a un bambino palestinese di dodici anni, Abdullah Taysser al-Issa sgozzato e decapitato dai jihadisti stessi a luglio del 2016 in quanto falsamente accusato di essere una spia.

Gli operatori umanitari e persino gli altri gruppi presenti ad Aleppo hanno negato che si trattasse di una spia, ma i terroristi di Nour al-Din non hanno voluto sentir ragioni. Lo hanno preso, caricato su un pick-up attorniato da un gruppo di militari esaltati, giubilanti per aver catturato un "nemico". Di dodici anni. Tra di loro due persone. Sono le stesse due persone che appaiono anche in un selfie con il raggiante Mahmoud Raslan.

I terroristi hanno fermato il pick up in una strada, hanno legato le mani del povero bambino dietro la schiena, lo hanno sdraiato a pancia in giù. Un giovane si è avvicinato con un coltello, gli ha alzato la testa, sgozzandolo e poi decapitandolo in una macabra atmosfera di irridente divertimento degli uomini protagonisti di questa terribile esecuzione, avvenuta a nord di Aleppo, nel quartiere Handarat, nel campo profughi palestinese Ein El-Tal.

Ecco, questi sono i "ribelli moderati" per cui la NATO dovrebbe mobilitarsi invece di sostenerli. Infatti, come scrive il giornalista Fausto Biloslavo, sul quotidiano "Il Giornale", "il retroscena più ignobile è che il gruppo di tagliagole riceveva armi anticarro e aiuti finanziari statunitensi, attraverso l'Arabia Saudita, fino all'ottobre del 2016. In pratica erano i ribelli «buoni» e «moderati», alleati dell'Esercito libero siriano coccolato dall'Occidente".

Ecco, questi sono gli episodi che dovrebbero indignare l'Occidente, ben più della commovente farsa di Omran, ma sono sicuro che per merito del sistema di informazione occidentale, poche persone ne erano al corrente. Eppure l'esecuzione del povero Abdullah è avvenuta il 25 luglio 2016.

Per concludere, torniamo alla storia del piccolo Omran Daqneesh.

La sera del 5 giugno 2017, sul canale televisivo libanese al-Mayadeen, è andata in onda un’intervista alla famiglia di Omran registrata pochi giorni prima ed effettuata dalla bravissima giornalista siriana Kinana Allouche.

Il padre di Omran si è sempre rifiutato di rilasciare interviste ai media occidentali accusandoli di diffondere falsità.

Quella andata in onda sul canale televisivo libanese al-Mayadeen è quindi la prima intervista rilasciata dalla famiglia del piccolo Omran.

Il padre del bambino ha dichiarato che nonostante gli fosse stato offerto aiuto economico e ospitalità da parte di alcuni paesi occidentali ha scelto di continuare a vivere ad Aleppo perché finalmente la città è stata liberata dalla presenza dei terroristi e perché tutta la famiglia sostiene apertamente il governo di Bashar al-Assad.

Il padre di Omran durante l'intervista ha dichiarato che la notizia di un presunto aereo siriano o russo che avrebbe bombardato la loro casa era totalmente inventata, che Omran sta bene e che i terroristi con la complicità dei media occidentali avevano usato suo figlio per attaccare il governo siriano e quello russo.

E che Alì, il fratello maggiore di Omran è vivo!

Luca Leonardo D’Agostini

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