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Il rapporto tra Pietro il Grande e suo figlio Aleksej

Nel febbraio 1718, dopo continue ricerche avviate per ordine di suo padre, lo zarèvič fuggiasco fu finalmente trovato a Napoli e fu segretamente riportato in Russia, dove ad attenderlo c'era un processo per tradimento e ribellione. Il processo si concluse con la misteriosa morte di Aleksej.

Pietro il Grande (Pëtr I) e suo figlio Aleksej erano due personalità diametralmente opposte. Padre e figlio erano simili solo nell'aspetto fisico, entrambi alti e snelli, ma il figlio non ereditò alcun talento paterno. Il padre nel suo temperamento era come un'eruzione vulcanica, il figlio invece come una piccola candela. Pietro il Grande (Pëtr I) adorava San Pietroburgo, Aleksej preferiva Mosca. Il padre adorava costruire, il figlio pregare.

Lo zarèvič Aleksej nacque a Mosca il 18 febbraio 1690. Sua madre era Evdokija Fëdorovna Lopuchina, la prima moglie di Pietro il Grande.

Già da adolescente, Aleksej non voleva ereditare gli affari di suo padre. Non solo per pigrizia ma anche per le sue convinzioni personali.

Pietro il Grande (Pëtr I) era una persona molto aperta, con uno sguardo sempre rivolto al futuro ed era mosso da un forte spirito riformatore. Suo figlio Aleksej di carattere era una persona molto introversa, dedito agli intrighi di palazzo e contrario ad ogni tipo di riforma voluta ed attuata da suo padre.

Ed erano proprio questi due punti di vista e lati caratteriali che costituivano la principale contraddizione nella relazione tra padre e figlio. Presto quindi la collisione tra i due divenne inevitabile.

Lo Zar comunque dal canto suo ebbe una certa responsabilità nei confronti del fallimento della formazione del figlio. Infatti, Pietro il Grande (Pëtr I) riuscì in un’opera di immense dimensioni quale quella di aumentare notevolmente il grado di istruzione dei cittadini russi. Ma al contempo invece non riuscì a crescere ed educare suo figlio. E tale responsabilità risulta del tutto evidente nella inappropriata scelta operata dal padre nel selezionare gli insegnanti di suo figlio.

Così, dopo l'incarcerazione della madre nel monastero, che di per sé fu un grave trauma per la psiche del bambino, l'istruzione del giovane zarèvič Aleksej fu affidata a Menšikov ed all'insegnante straniero Heinrich Güssen. Considerando che Menšikov stesso era analfabeta, l'idea del padre era che il primo avrebbe dovuto fornire a suo figlio disciplina nel processo educativo, mentre il secondo si sarebbe occupato dell'istruzione didattica. Ma la volontà di Pietro il Grande (Pëtr I) non si realizzò in quanto Menšikov incontrò raramente lo zarèvič Aleksej, essendo impegnato ad eseguire molti altri ordini dello Zar. Allo stesso modo, Güssen era in costante viaggio all'estero con le varie missioni diplomatiche.

Il vuoto formativo nei confronti dello zarèvič Aleksej fu immediatamente colmato dagli oppositori politici di Pietro il Grande (Pëtr I), i quali suggerirono all'adolescente che le riforme erano dannose e che la missione storica dell'erede era di tornare in Russia dopo la morte di suo padre, ripristinando il vecchio ordine.

Non sorprende quindi che tutti i successivi tentativi di Pietro il Grande (Pëtr I) di coinvolgere suo figlio Aleksej nelle riforme siano falliti e nelle lettere dello Zar a suo figlio, si possono riscontrare frequenti rimproveri riguardanti l'assenza di desiderio del giovane zarèvič di sostenere le riforme.

Nel 1711, Pietro il Grande (Pëtr I) combinò il matrimonio di suo figlio con Charlotte, la principessa di Wolfenbüttel, la cui sorella aveva sposato l'imperatore austriaco. Certo, in questo matrimonio c'era anche un calcolo politico, ma lo Zar sperava principalmente che il matrimonio di suo figlio potesse instillare in lui un amore per la civiltà europea. Tuttavia, il matrimonio ebbe vita breve. Nel 1714 nacque la loro figlia Natal'ja, ma poco tempo dopo, sua moglie Charlotte morì dando alla luce il suo figlio maschio, il futuro zar Pietro II (Pëtr II).


Il giorno del funerale di sua moglie, il 27 ottobre 1715, Aleksej ricevette una dura lettera da suo padre, il quale gli contestava la riluttanza nell'accettare le riforme e l'incapacità di governare il Paese, minacciandolo di privarlo del suo diritto alla successione al trono.

Lo zarèvič Aleksej si offese per la lettera di suo padre, minacciò di diventare monaco e fuggì da suo cognato a Vienna. Poco tempo dopo con la sua amante Efrosinija Fëdorovna, Aleksej iniziò dapprima a viaggiare per l'Europa e poi i due si rifugiarono inizialmente nel Tirolo, all'interno del castello di Ehrenberg, e successivamente a Napoli. Nel frattempo, Pietro il Grande (Pëtr I) mise un in atto un'enorme attività investigativa al fine di rintracciare suo figlio, attività che si concluse nel febbraio del 1718.

Come già accennato all'inizio dell'articolo, lo zarèvič Aleksej fu rintracciato a Napoli, fu privato del diritto della successione al trono e trasferito insieme alla sua amante a San Pietroburgo per essere sottoposto ad un processo. Le cronache dell'epoca testimoniano: "Quando tutti i membri della corte presero posto e furono aperte tutte le porte e le finestre della sala, in modo che tutti i presenti potessero avvicinarsi per assistere al processo, lo zarèvič Aleksej fu fatto entrare nell'aula del tribunale scortato da quattro ufficiali e posto di fronte allo Zar, il quale emotivamente lo rimproverò bruscamente per i suoi disegni criminali. Lo zarèvič dal canto suo, con una fermezza inaspettata confessò che non solo voleva suscitare una rivolta in tutta la Russia, ma che se lo Zar avesse voluto distruggere tutti i suoi complici, avrebbe dovuto sterminare l'intera popolazione del Paese. Si dichiarò difensore delle vecchie maniere e costumi, così come della fede russa, e quindi attirò la simpatia della gente".

La durezza del figlio di Pietro il Grande (Pëtr I) e l'affermazione che l'intero Paese lo sosteneva erano così inaspettati che molti spiegarono queste dichiarazioni con il disturbo mentale dell'imputato. Ma in realtà Aleksej sentiva davvero il sostegno delle forze di opposizione alle riforme di suo padre e credeva sinceramente nella propria correttezza morale.

Ad uno degli interrogatori, lo zarèvič Aleksej dichiarò: "Quando leggendo i giornali stranieri seppi della rivolta delle truppe russe nel Meclemburgo, fui molto felice e dissi in pubblico che Dio non faceva ciò che mio padre voleva. Con entusiasmo incontrai anche molti ribelli". In un altro interrogatorio riguardo i contatti con l'imperatore austriaco, disse: "Se l'Imperatore, come mi aveva promesso, avesse iniziato a fornirmi aiuti per salire al trono, allora non avrei esitato nel ricambiarlo con grandi somme di denaro e cariche politiche. Le sue truppe, le quali mi avrebbero concesso di ottenere la corona russa, avrebbero ottenuto grandi doni e non si sarebbero pentite di nulla".

In seguito emersero prove che confermarono le dichiarazioni dello zarèvič.

Pietro il Grande dovette così affrontare una cospirazione che partiva dalla sua stessa casa e gli intrighi ed i tradimenti di suo figlio erano più pericolosi per le riforme rispetto alle rivolte che talvolta si verificavano.

Durante uno degli interrogatori al processo, l'amante di Aleksej, Efrosinija Fëdorovna, testimoniò e forni prove del fatto che Vienna sostenne fortemente la salita al trono russo dello zarèvič Aleksej. In un memorandum del vice cancelliere austriaco il conte Schönborn all'imperatore Carlo, si legge: "Non è impossibile per noi raggiungere un certo successo nelle terre dello Zar, cioè sostenere qualsiasi rivolta, ma in realtà sappiamo che questo principe non ha né coraggio né intelligenza sufficienti per trarre alcun beneficio reale da queste rivolte".

Esiste un rapporto dell'ambasciatore sassone a Dresda, in cui si afferma direttamente che l'Austria aveva promesso ad Aleksej di agire contro suo padre, assicurandolo lo zarèvič anche del sostegno del re inglese. Alcune prove fornite al processo da Efrosinija Fëdorovna, dimostrano addirittura che lo zarèvič Aleksej chiese aiuto niente di meno che agli svedesi, gli acerrimi nemici della Russia durante gli anni delle Guerre del Nord, ma che comunque non riuscì a concordare con loro un sostegno.


Lo zarèvič aveva il suo sogno e dichiarò: "Quando sarò sovrano, vivrò a Mosca e lascerò San Pietroburgo, una città semplice. Smantellerò la marina militare. Terrò solo l'esercito per difesa, ma non voglio fare la guerra con nessuno, mi accontenterò esclusivamente dei vecchi possedimenti russi". Il suo sogno era ovviamente utopico. Lo zarèvič Aleksej era piuttosto inesperto in affari europei ed ingenuamente credeva che le altre potenze avessero concesso alla Russia di rimanere in possesso dei suoi vecchi possedimenti.

Tuttavia, le dichiarazioni dello zarèvič al processo risultarono alquanto gravi. Il figlio per la prima volta osò dire a suo padre ciò che pensava. Pietro il Grande (Pëtr I) non aveva di fronte suo figlio ma un avversario politico testardo e pericoloso.

Aleksej morì nella prigione di San Pietroburgo il 26 giugno 1718, molto probabilmente poiché incapace di sopportare le torture alle quali fu sottoposto. Fino ad ora non è stato possibile stabilire in modo significativo la causa della sua morte. La versione ufficiale non convince. Si sosteneva che lo zarèvič, dopo aver ascoltato la sentenza della condanna a morte per tradimento, accusò un forte malore, chiese di prendere la comunione, chiamò suo padre al quale chiese perdono e morì in modo cristiano per apoplessia.

Ma il libro della guarnigione della fortezza di Pietro e Paolo, mostra che il giorno della morte dello zarèvič, lo Zar Pietro il Grande (Pëtr I) insieme a nove dignitari, arrivò alla fortezza in quanto era in corso una "camera di tortura". Risulta evidente quindi che quel giorno fu eseguita una tortura, ma il soggetto che vi fu sottoposto non è specificato nel libro della guarnigione. Il libro stesso riporta che la tortura fu eseguita in orario mattutino. Nello stesso libro è riportata anche l'indicazione che il decesso dello zarèvič avvenne alle sei di pomeriggio.

Il giorno successivo, il 27 giugno 1718, tutta Pietroburgo stava festeggiano in occasione dell'anniversario della Battaglia di Poltava. Alla solenne cena ed al ballo partecipò anche Pietro il Grande (Pëtr I). Gli archivi tacciono su quanto accaduto allo Zar nel suo cuore.

Il 30 giugno 1718 lo zarèvič Aleksej fu sepolto riservatamente e senza alcuna cerimonia all'interno della Cattedrale di Pietro e Paolo. Nella città e nella società non vi era alcun segno di lutto.

Luca Leonardo D'Agostini

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