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La lesbica di Damasco

Tenetevi forte, quanto state per leggere non vi lascerà indifferenti!

Quella che state per leggere è una storia comica, è la storia della lesbica di Damasco.

La storia di Amina Abdallah Araf è un'altra di quelle che hanno commosso il mondo nel 2011.

La coraggiosa blogger siriana di "A Gay Girl in Damascus", che nessun giornalista aveva mai visto o intervistato di persona, ha raccontato per mesi attraverso il suo blog, la vita di questa indomita trentasettenne con doppia cittadinanza statunitense e siriana, nata in Siria ma cresciuta negli Stati Uniti e tornata in patria tra il 2009 ed il 2010 per sostenere "l'opposizione siriana".

Amina affermava di vivere a Damasco e sosteneva con fierezza il suo essere gay, raccontando le torture subite e tutte le atrocità della repressione del "regime" di Bashar al-Assad.

Poi ad un certo punto, il 6 giugno 2011, comparve sua cugina Rania, la quale scrivendo sul blog di Amina raccontava di aver parlato con gli zii, i quali erano preoccupatissimi per l'arresto della ragazza avvenuto il giorno prima a Damasco.

Furono riportati addirittura i particolari del suo arresto: Amina era stata fermata da tre agenti in borghese armati e costretta a entrare nella loro auto nei pressi della Piazza degli Abbasidi della capitale siriana.

La cugina Rania scrisse: "Amina ha colpito uno di loro e ha detto alla sua amica di andare a cercare suo padre. Uno degli uomini allora ha messo la mano sulla bocca di Amina e l'ha trascinata in una Dacia Logan rossa con un adesivo di Basel al-Assad sul finestrino".

Per chi non lo sapesse Basel al-Assad è il fratello del presidente Bashar al-Assad. Si attivò immediatamente il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e Hillary Clinton immediatamente ordinò lo svolgimento di un'inchiesta sull'accaduto in quanto Amina era anche cittadina statunitense.

Sarebbe molto curioso chiedere al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti quanto tempo è loro necessario per verificare nelle loro banche dati la reale esistenza di una cittadina degli Stati Uniti partendo da basilari elementi anagrafici quali: nome, cognome, età, luogo di nascita, padre siriano, madre statunitense.

Ma dato che non possiamo chiederglielo vi dico che incrociando questi dati, qualsiasi ufficio anagrafico del pianeta, impiegherebbe pochi secondi per verificare l'esistenza o meno di un soggetto.

Purtroppo però non fu comunicato nulla riguardo l'esito dell'inchiesta ordinata dalla Clinton.

Poi la Clinton stessa si chiede come mai ha perso le elezioni presidenziali, e non volendo ammettere i suoi errori attribuisce all'influenza russa il risultato elettorale che l'ha vista sconfitta.

Nonostante l'ambasciatrice siriana in Francia, Lamia Chakkour, aveva pubblicamente dichiarato che la vicenda di Amina è "un atto di disinformazione, parte della campagna mediatica contro la Siria", i media e i governi occidentali ignorarono tale dichiarazione anche se proveniente da una figura istituzionale e nel contempo non mostrarono dubbi invece sull'attendibilità del blog della lesbica di Damasco, utilizzandola come fonte e divulgando senza sosta tutte le notizie che questa "perseguitata" postava sul suo blog.

Così il 7 giugno 2011, "Il Fatto Quotidiano" scriveva: "Scomparsa, prelevata dalla sua abitazione e nascosta in un luogo segreto. Nei giorni degli scontri in Siria a fare le spese della repressione sono anche le voci libere. Questa volta è toccato ad Amina Arraf, più nota come Amina Abdallah, blogger dalla doppia nazionalità siriana e americana, curatrice della pagina in inglese «A gay girl in Damascus», arrestata a Damasco da agenti della polizia segreta. A denunciare la scomparsa di Amina la cugina, dalle pagine dello stesso blog. La donna ha precisato che Amina è stata fermata da tre agenti in borghese armati e costretta a entrare nella loro auto nei pressi della Piazza degli Abbasidi della capitale siriana. Figlia di una americana e di un siriano, Amina ha la doppia cittadinanza e ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Era tornata in Siria nell'estate 2010 e sul suo blog raccontava la vita di una ragazza omosessuale in Siria, dove l’omosessualità è considerata un reato come in gran parte dei paesi arabi".

Il "Corriere della Sera" si è spinto ancora oltre, aggiungendo nell'articolo considerazioni personali della giornalista.

Così, la giornalista Cecilia Zecchinelli scriveva sul "Corriere della Sera" il 7 maggio del 2011. "Si considera una dissidente sessuale prima ancora che un'oppositrice politica. Ma Amina Abdullah, 34 anni, lesbica dichiarata, madre americana e padre siriano, è diventata una delle voci più esplicite della protesta contro il regime di Bashar al-Assad, anche al di là della barriera linguistica creata dall'arabo in Occidente. Perché sul suo blog «A Gay Girl in Damascus» Amina scrive soprattutto in inglese. Dalla capitale siriana, in un misto di candore, umorismo e brutale onestà, descrive i tentativi (finora riusciti) delle centinaia di spie, sgherri e poliziotti di arginare, almeno a Damasco, il dissenso più duro. Racconta di quanto avviene in tutto il Paese dove la rivolta continua ormai da due mesi, dalle province curde del Nord fino a Deraa, la prima città ad insorgere nel Sud al confine giordano. Parla della repressione terribile: i morti sono ormai centinaia, migliaia i feriti e gli arrestati, i desaparecidos".

Incredibile! Avete letto bene le parole? La giornalista del "Corriere della Sera", attribuiva alle parole della sedicente lesbica di Damasco, il timbro di "brutale onestà". Certo, proprio quella "brutale onestà" che è mancata alla giornalista nel verificare l'attendibilità della fonte e della reale identità della blogger. Così i tentativi di centinaia di spie, sgherri e poliziotti di arginare a Damasco il dissenso più duro, per la giornalista che a Damasco però non era presente, sono "finora riusciti".

Addirittura la giornalista prendeva spunto da quanto la sedicente blogger descriveva per affermare quanto secondo lei causato della terribile repressione: "I morti sono ormai centinaia, migliaia i feriti e gli arrestati, i desaparecidos".

Ma non è finita! La giornalista del "Corriere della Sera" persisteva riportando quelle che sarebbero state le parole del padre della lesbica di Damasco: "Mia figlia ha fatto cose che io non avrei fatto, ma mai permetterò che le succeda qualcosa, se l'arrestate dovrete prendere anche me – ha detto il padre -. Lasciatela qui, chiedete scusa e anzi ringraziatela: è grazie a mia figlia e a gente come lei che tutti i siriani avranno libertà ed eguaglianza, non per il vostro Bashar".

Di fronte a tale dichiarazione nessun dubbio l'aveva assalita riguardo l'attendibilità della fonte. Nessun verbo coniugato al condizionale veniva utilizzato dalla giornalista la quale immediatamente dopo aver riportato le parole dell'ipotetico padre di una ipotetica blogger siriana, lesbica e perseguitata, scriveva a riguardo: "Un racconto lungo, appassionato, scritto benissimo e che benissimo starebbe in un romanzo anche se purtroppo è vero”.

Non aveva dubbi la giornalista e apponeva così il suo timbro di veridicità.

Infine la giornalista del "Corriere della Sera", nel suo articolo riportava la seguente frase: "ha detto Amina alla corrispondente del «The Guardian» Katherine Marsh, tra i pochi giornalisti stranieri ancora a Damasco".

Anche qui nessun dubbio l'assaliva tanto è vero che non usava il condizionale, magari scrivendo "avrebbe detto Amina". No, lei era certa, così certa da scrivere "ha detto Amina".

Ora leggendo quello che la giornalista del “Corriere della Sera” ha scritto si evince che lei a Damasco non c'era.

Ma passava la palla a una sua collega, Katherine Marsh del "The Guardian", la quale era a Damasco dove si sarebbe trovata anche la blogger lesbica.

A questo punto verrebbe da chiedersi: ma in quale modo questa sedicente blogger "ha detto" a Katherine Marsh quanto di crudele stava accadendo in Siria?

Parlando per telefono?

Incontrandola di persona dato che entrambe si trovavano a Damasco?

Oppure in qualche altro modo?

Purtroppo non lo sappiamo perché questo non veniva riportato nel suo articolo dalla giornalista del "Corriere della Sera".

Anche la giornalista Raffaella Menichini, nel suo articolo sul quotidiano "La Repubblica" del 7 giugno 2011, appariva essere mossa da granitiche certezze affermando che "Il sequestro arriva in una fase di violenta repressione delle manifestazioni di piazza" e definendo il blog della lesbica di Damasco come "un mix interessante di analisi politica e riflessioni ad alto tasso erotico".

Così era proprio la stessa giornalista del quotidiano "La Repubblica" ad ammettere che per lei, il blog della lesbica di Damasco, costituiva una fonte "interessante di analisi politica", infatti nel suo articolo la giornalista continuava scrivendo: "Dallo scoppio delle proteste anti-regime nel marzo scorso e con la conseguente espulsione di gran parte dei giornalisti stranieri dalla Siria, il blog di Amina è diventata una delle fonti di notizie per la stampa internazionale".

Bene se lo dice lei!

Occorrerà ricordarsene quando, almeno riguardo ad alcuni temi di politica estera e geopolitica, si leggeranno giornali che manifestamente dichiarano quale attendibilità possano avere le loro fonti.

Dall'articolo della giornalista di "La Repubblica" apprendiamo anche che la lesbica di Damasco aveva una partner di nome Sandra Bagaria, la quale vive in Canada e che addirittura è stata intervistata dal “New York Times” al quale raccontò che avevano in programma una vacanza insieme a Roma.

Anche in questa occasione occorre notare come i media occidentali si siano affrettati a dar rilevanza pure a questa donna, Sandra Bagaria, nonostante la stessa affermò di non aver mai conosciuto di persona la sua partner Amina e che la loro era una relazione nata esclusivamente via mail.

Certo che anche questa Sandra Bagaria deve proprio essere un genio: si è fidanzata solo mediante uno scambio di mail senza aver mai comunicato con la sua partner con Skype per esempio.

Ma per i media occidentali tutto ciò non aveva importanza e mai nessun dubbio o sospetto e balenato nelle loro redazioni, troppo presi evidentemente da un'onda emotiva che aveva come obiettivo contribuire alla demonizzazione di Assad.

Anche il quotidiano "Il Sole 24 Ore" utilizzava esattamente le stesse medesime parole della giornalista di "La Repubblica" e ammetteva: "Dallo scoppio delle proteste anti-regime nel marzo scorso e con la conseguente espulsione di gran parte dei giornalisti stranieri dalla Siria, il blog di Amina è diventata una delle fonti di notizie per la stampa internazionale".

Della serie: due indizi fanno una prova!

Ecco allora è chiaro qual è il processo di valutazione dell'attendibilità delle fonti adottato spesso dalla stampa.

Occorre anzitutto specificare però, che quando scrivono "stampa internazionale" intendono quella occidentale.

E proprio questo tipo di affermazione rende praticamente intuibile che la loro percezione di internazionale è limitata esclusivamente all'Occidente.

Inoltre l'articolo di "Il Sole 24 Ore" terminava con iperbolico quanto azzardato paragone, ma che non è affatto casuale, in quanto è evidente che era studiato appositamente per colpire nello stesso articolo anche il governo iraniano.

Della serie "prendere due piccioni con una fava!".

Infatti mentre nella prima parte dell'articolo l'obiettivo era evidentemente il governo di Bashar al-Assad, nella conclusione dell'articolo vi era scritto: "C'è un precedente di un'arrestata da un regime con passaporto statunitense: si tratta di Roxana Saberi, giornalista iraniano-americana a lungo detenuta nelle carceri iraniane accusata di spionaggio dal governo di Teheran".

Se l'intera vicenda della lesbica di Damasco non fosse così comica e ridicola, un tale paragone è semplicemente sconcertante.

Ma è chiaro a tutti la finalità di un certo tipo di "giornalismo".

Andiamo avanti. Ancora non avete idea di cosa vi aspetta, di cosa scoprirete!

In Italia, in molti si adoperarono per procurare alla lesbica di Damasco anche un contatto con una casa editrice interessata alla sua storia.

I giornali occidentali facevano a gara per intervistarla via mail sulle vicende siriane, addirittura chiedendogli opinioni sul discorso al mondo arabo del presidente Obama.

Questa storia fa veramente ridere! Ai giornalisti creduloni oppure in malafede, questo non ci è consentito saperlo, si sono aggiunti alcuni immancabili politici occidentali, così scandalizzati dal suo arresto che si mobilitarono per chiedere con forza la liberazione della perseguitata e innocente Amina.

Alla diplomazia occidentale si unirono tanti gruppi starnazzanti in rete uniti dallo slogan "Free Amina".

Fu creata una pagina Facebook per la liberazione di Amina, pagina che in pochi minuti raccolse più di 15 mila adesioni.

Insomma così tanta disperazione, anche da parte di solerti esponenti istituzionali, per l'arresto inesistente di una donna inesistente.

Ma come è andata a finire?

Che la rete e non i giornalisti, ha portato alla luce la realtà.

Per prima cosa fu svelato che le foto diffuse di Amina erano false e che appartenevano ad un'altra donna, la croata Jelena Lečić, dipendente del Royal College di Fisica di Londra.

Sconcertante il fatto che questa donna in realtà sapesse che le sue foto erano utilizzate dalla lesbica di Damasco.

Al sito inglese "Anorak" Jelena Lečić dichiarò: "Prego per la sorte di Amina e per un suo ritorno in salute presso la sua famiglia, ma vorrei chiarire che non ho nulla a che fare con lei nonostante siano le mie foto quelle che circolano in relazione all’intera vicenda".

Lo sconcerto deriva dal fatto che questa dichiarazione sia stata ignorata dai media occidentali e non abbia contribuito a suscitare alcun minimo dubbio sulla veridicità della vicenda.

Così alcuni internauti, Andy Carvin in prima linea, si misero ad indagare e scoprirono che foto postate sul blog erano presenti anche nell'album fotografico di Britta Froelicher, studentessa di un master in economia siriana.

Così si scoprì che chi scriveva era un uomo statunitense di nome Tom MacMaster, anche lui studente di un master a Edimburgo e marito di Britta Froelicher. Il padre di Tom MacMaster è impegnato nell'assistenza dei rifugiati dai paesi arabi e la madre è insegnante di inglese in Turchia.

Questo Tom MacMaster per mesi aveva inventato tutta la storia prendendosi gioco dei media e dell'opinione pubblica occidentale.

Una volta conosciuta la sua reale identità, il blog è stato chiuso con le scuse di Tom MacMaster, il quale gestiva il blog e lo aggiornava con la collaborazione della moglie, seduti comodamente da Edimburgo.

Tom MacMaster subito dopo le scuse ha però chiarito: "Sceglierò volta per volta da chi farmi intervistare, in ragione dei soldi che mi verranno dati".

Ma una domanda sorge spontanea: Tom MacMaster è l'unico a doversi scusare?

Luca Leonardo D’Agostini

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